Hanno
un nome ma, almeno, due cognomi e non sono esattamente
ragazzi come gli altri. Nel loro mondo si entra solo dietro
adeguata presentazione e, una volta lì, bisogna
seguirne le regole. Uno scrittore c’è stato
e lo ha raccontato,
scoprendo qual è l’unica cosa che unisce
ricchi e non
[di Paola Apreda] |
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Sono
i rampolli dell’Italia (e del resto del mondo) che
conta; la loro vita fa notizia, a volte scandalo, spesso
tendenza. Una beata gioventù che ha un’età
compresa tra i 20 e i 40 anni e un curriculum di livello
internazionale: scuole svizzere, ottima conoscenza delle
lingue straniere, università prestigiose e master
dai nomi altisonanti. Se poi proprio hanno voglia di lavorare,
ad attenderli c’è un incarico presso l’azienda
di famiglia. Incarico importante, ovvio, e chi grida al
nepotismo si arrangi. Loro, i “ragazzi pluricognome”,
ce la mettono tutta per avere una vita sociale blindata.
Il che vuole dire amicizie selezionate, luoghi esclusivi
dove si entra solo con invito e altre ricercatezze.
Uno “small world” sul quale Matrix ha cercato
di far luce, rivolgendosi anche a chi, per mestiere, di
jet set e “figli importanti” se ne intende:
Luca Bianchini, autore di “Se domani farà
bel tempo” (Mondadori). Lo scrittore torinese, autore
di “Instant love” e “Ti seguo ogni notte”,
si è infiltrato per mesi, e - giura! - in punta
di piedi, nell’alta borghesia milanese, frequentando
i luoghi più esclusivi e raccogliendo le confidenze
dei viziatissimi (“ma sensibili” dice) rampolli.
Il personaggio del suo romanzo, infatti, è un tipico
ragazzo della Lapo Generation. Si chiama Leonardo Sala
Dugnani, meglio conosciuto come Leon, e le sue iniziali
sulla camicia la dicono già lunga. Ha una famiglia
importante, composta da una madre insopportabile, un padre
assente, una sorellina che può giocare con le bambole
solo di nascosto e un fratello dal carattere forte e spietato.
Beve come una spugna e tira cocaina. Naturalmente non
lavora e trascorre le giornate circondandosi di tv e di
fumetti. Ha una “ragazza-bene”, Anita, che
tradisce ripetutamente con le “ragazze-avere”.
Eppure si sente tanto, terribilmente solo. Certo, è
“solo” un romanzo ma come sono i ricchi visti
da vicino?
Luca, per scrivere di Leon e del suo mondo, ti
sei dovuto infiltrare nel jet set milanese. Alla fine
della tua indagine, ne sei rimasto a far parte?
No, no! Anche se ancora mi invitano. È carino da
parte loro… Con qualcuno di loro ci sentiamo ancora
e andiamo a cena insieme.
Ti invitano spesso ad un “finger dinner”?
(tendenza inglese d’importazione: buffet in piedi
e cibi “monodose”. Molto chic, n.d.r)
No, quelli con cui ho socializzato sono più sulle
mie corde, tipi anche da trattoria. Anche il finger dinner
mi piace molto.
Ti hanno fatto entrare nel sito esclusivo (www.asmallworld.net)
di “quelli che contano”?
Certo, ma non subito perché accedervi non è
affatto facile. Il sito non è aperto a tutti, bisogna
essere invitati da un membro fidato. Anzi, da almeno 70
persone…
Nella tua esperienza con i rampolli - ai quali
ti sei avvicinato con molto rispetto e senza alcun pregiudizio
- pensi di aver trovato qualcosa in comune con loro?
La solitudine che tutti, a volte, proviamo. Penso che
sia una delle cose più democratiche al mondo.
E loro, invece, cosa hanno in comune con il resto
del mondo?
Non molto. Amano ricevere sorprese. Si può pensare:
“Cosa regalo a uno che ha tutto?” e invece
adorano le piccole attenzioni.
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Secondo te, per loro, cos’è il lusso?
Trasgredire la forma, mangiando con le mani, togliendosi
in pubblico la foglia di insalata dai denti, andando con
le prostitute. Leggendo delle esperienze
di vita di Leon, sembra che tu voglia porre la domanda:
“Questi rampolli sono migliori o peggiori di noi
“comuni mortali”? È
vero. A prima vista viene facile giudicare l’arroganza
dei modi che si scontra con le buone maniere apprese nei
collegi.
In realtà penso sia mancata loro l’educazione
dei sentimenti. Tuttavia non credo siano migliori di altri.
Il fatto è che siamo tutti un po’ snob verso
chi non conosciamo; il pregiudizio spesso è reciproco.
A proposito di pregiudizio, a cultura come siamo
messi nel bel mondo?
Ne ho trovata poca. Ottima conoscenza dell’arte,
delle lingue straniere, questo sì, ma poca attenzione
all’attualità e all’informazione.
Dalla loro frequentazione, hai appreso
qualche regola di galateo che non conoscevi?
Tante! Per esempio, non si finisce mai quello che stai
mangiando, bisogna lasciare sempre qualcosa nel piatto.
Non ci si allunga mai per prendere il pane, si chiede
“per favore” e te lo fai passare. Si dice
colazione e non pranzo. E poi non ci si alza mai dal tavolo
neanche per andare al bagno. E se
ti scappa?
Leon ti direbbe che ci dovevi pensare prima.
Continuiamo con il galateo. Se vai a cena cosa
porti?
Non del vino perché offendi il padrone di casa.
È come dire “il tuo non mi piace”.
Puoi solo portarlo impacchettato, come un regalo che esula
dalla cena. O mandi dei fiori. Il giorno dopo, ovviamente.
E si arriva puntuali?
Dipende. Secondo Leon: “Bisogna aggiungere sempre
quarantacinque minuti di ritardo sull’orario se
è un dopo cena, trenta minuti se è una cena
in piedi, puntuali se è una cena placé,
in anticipo se ci sono ospiti internazionali”.
E l’abbigliamento?
A Milano vanno dal sarto o nei negozi molto classici.
A volte, però, sono stravaganti. Ci sono due categorie,
modello John Elkan e modello Lapo. Oppure William e Harry
di Inghilterra, fai tu. E il cibo
che non può mancare sulla loro tavola?
Sicuramente la treccia, una specie di panino al burro
che viene dalla Svizzera. Parlano solo di quello e chiedono
agli amici che vanno a St. Moritz di portarglielo. Qualcuno,
però, mi ha scritto che lo ha trovato anche al
discount… |
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