Marco
Trani, 48 anni, bolognese, una lunga carriera alle spalle
come dj e produttore, è il nome più noto
nelle notti dance, italiane e non solo. Ha fatto ballare
due milioni di persone in più di 400 locali in
tutta Europa, sempre spaziando tra i generi più
disparati alla ricerca di uno stile personale che lo
ha reso unico. Oggi, a trent’anni dagli inizi
del suo percorso, racconta ai lettori di Matrix il suo
punto di vista sulla situazione odierna di musica e
discoteche.
Com’è iniziata la tua carriera da dj?
Ho cominciato in radio, nel 1977. Ero appassionato di
musica e ricordo che di notte provavo a fare i primi
accostamenti e i primi mix. Dopo la console, sono passato
alla voce, e da lì alle discoteche il passo è
stato breve. Ho iniziato a lavorare all’Easy Going
di Roma, che all’epoca era la risposta allo Studio54
di New York, poi sono arrivate le inaugurazioni di nuovi
locali e da allora ho cominciato a girare per tutta
l’Europa. Gli anni ’80 sono stati quelli
delle prime compilation, che mi hanno permesso di lavorare
ai remix con grandi musicisti.
Cos’è cambiato in questi trent’anni,
nelle discoteche e nella musica che si ascolta sulle
piste?
Praticamente tutto. Non c’è più
professionalità e questo si riflette nell’ambiente
come nella musica. C’è molta improvvisazione,
la maggior parte dei dj sono mercenari che non hanno
più il coraggio di sperimentare e si limitano
a proporre quello che va di moda o che le grandi majors
vogliono spingere. E il pubblico diventa discontinuo,
non c’è più uno zoccolo duro di
appassionati che segue un filone, un nome di riferimento.
Qual è il panorama musicale attuale e
cosa prevedi per la prossima stagione?
Adesso va molto di moda il genere minimale, che uso
anche io ma senza eccedere, mentre in molte discoteche
viene suonato in maniera esagerata. C’è
però un accenno di ritorno al melodico, al cantato,
ed è una buona cosa. Io penso che la dance melodica
farà il suo ritorno nelle sale molto presto:
c’è bisogno di riportare emozione nel pubblico,
di far sentire qualcosa che rimanga impresso e di superare
questa fase di sound freddo che è andata avanti
troppo a lungo. Mixare la musica è come fare
l’amore: perdersi nei preliminari o andare subito
al sodo sono ugualmente due cose che annoiano.
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Da
anni si conduce una crociata contro le discoteche, ritenute
responsabili della morte di centinaia di ragazzi lungo
le strade. La tua idea?
Credo che il problema sia nella testa dei ragazzi. Quando
ho cominciato a girare per le discoteche, questo fenomeno
c’era, ma era sporadico. Adesso è diventato
una costante; la colpa è delle famiglie che non
sono più in grado di responsabilizzarli e della
società che impone modelli distorti di educazione.
Servono regole, ma serve anche la volontà di
rispettarle, non serve a niente far bere fino a una
certa ora e poi fermarsi. Il modo per bere si trova
sempre.
E quali soluzioni vorresti proporre?
Ormai il problema è radicato, serve un cambio
di mentalità nei giovani. Per quanto riguarda
i locali, sarebbe utile dare magari dei vantaggi fiscali
ai gestori che sanno imporre le regole e farle rispettare,
perché qui si va verso l’anarchia. I locali
devono trovare il modo di fare i controlli, ma questo
è un costo aggiuntivo e lo Stato potrebbe aiutare
chi lo merita.
Nell’ambiente sei conosciuto da anni come
“il maestro”. Che consigli daresti a un
giovane dj?
Se ci tieni veramente devi mollare tutto il resto, fissare
un obiettivo e concentrarti per raggiungerlo. Io ricordo
quando i miei amici andavano al mare e io restavo a
casa a sentire la musica. Si deve lavorare con coerenza,
cercando soluzioni personali e innovative, ma senza
avere smania. Se entri in fretta nel giro, in fretta
ne esci.
Progetti futuri?
A breve uscirà un cd con alcuni lavori fatti
da me, che spaziano dall’elettronica al tribale,
con notazioni house e minimal. Per il resto, nelle sale
sto riproponendo il melodico, mentre il mio lavoro di
ricerca continua.
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