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Buon compleanno, Studio 54! [torna indietro]

Era il 26 aprile 1977 quando, a New York, apriva una discoteca destinata ad entrare nel mito. Un locale finalmente “democratico” dove si incontravano principi e operai e dove, celebrità come Warhol e Capote, erano di casa

[di Roberto Piccinelli]
Erano appena calate le prime ombre della sera quando, a Manhattan, davanti ad un famoso ma ormai dismesso studio televisivo della Cbs, furono piazzate le prime insolite, vistosissime transenne rivestite di velluto. Era una notte gelida e ventosa, quando in 254W 54th street, tra la settima e l’ottava Avenue, si iniziarono a palesare personaggi eccentrici, chiamati a sfilare sotto una pensilina griffata e poi attraverso un vestibolo ricoperto di tappeti, delimitato da alberi di fico, alti sei metri. Era il 26 aprile 1977 quando, a New York, apriva lo Studio 54, una discoteca destinata ad entrare nel mito. Non foss’altro perchè, per prima, si propose sotto forma di sintesi perfetta tra le aspirazioni di coloro che sapevano di essere al centro del mondo e coloro che quel mondo lo sognavano sei giorni alla settimana, al punto di essere fermamente intenzionati a sentirsi re almeno per una notte. Del resto, solo un re avrebbe in quel periodo potuto godere della compagnia di Andy Warhol, Bjorn Borg, Liza Minnelli, Paloma Picasso e Rudolf Nurejev. Nel locale di Steve Rubbel e Ian Schrager potevano per la prima volta ballare fianco a fianco principi ed idraulici (“princess and plumbers” per dirla nello stesso modo dei due artefici) ed il solo fatto che chiunque avesse la possibilità potenziale di essere ammesso alla pista da ballo significava che nessuno poteva venire considerato a priori un perdente. Anche se doveva mettere in conto di dover stare in coda per ore, davanti all’ingresso, senza avere la certezza di poter entrare…
Per l’appunto, lo Studio 54 fu la prima discoteca a promuovere l’odiata e temuta politica della selezione. Il fatto di arrivare in loco con in tasca i dieci dollari del biglietto non significava assolutamente niente e tanto meno dava la certezza di poter entrare. Di sicuro, si doveva dipendere dalle paturnie del gran capo dei buttafuori, Marc Benecke o del vice Al Corley (futura star di Dinasty), i quali decidevano se chi si presentava alla porta era abbastanza bello, trasgressivo o famoso per essere ammesso. Nessun gruppo doveva risultare prevalente, ragion per cui c’era l’ordine tassativo di introdurre in sala una quantità equilibrata di colored, travestiti, celebrità, gente normale, modelle, sballati e perfino anziani. Certo, Truman Capote, Diane Von Furstemberg, Margaux Hemingway, Brooke Shields e Mikhail Barysnikov non avevano problemi, ma le transenne di velluto si aprivano come il Mar Rosso di fronte a Mosè anche per personaggi quali Disco Sally, avvocato avanti negli anni, ottimo ballerino di hustle, Potassa, travestito hispanico, Rollerina, stella dei pattini a rotelle e Angel Jack, drag queen di lusso. Tutti gli altri dovevano mettersi in fila e sperare. Barba non curata? A casa! Coordinato in poliestere? Addio! Scarpe infangate? Aborro! Uno scenario da incubo, ironicamente trattato da Dario, Can You Get Me into Studio 54? la canzone di Kid Creole and the Coconuts, di cui uscì anche una gettonatissima cover by Dana&Gene. Una notte fu rifiutato l’ingresso persino a Cher. Ma il trucco vincente fu proprio quello di rendere il club esclusivo e anticonvenzionale: la folla in coda era parte integrante della messinscena, né più né meno dello spettacolo interno. Si racconta di coppie costrette a separarsi, nell’impossibilità di entrare insieme. Perfino, di due sposini in viaggio di nozze che, arrivati alla porta, si sentirono dire che solo l’uomo poteva entrare. Ma il bello è che lui non ci pensò due volte a lasciare la mogliettina fuori, al freddo: quel che è peggio, è che lei rimase ad aspettarlo all’uscita, fino all’alba…
A volte, si esagerava, come nel caso in cui due ragazze furono costrette a spogliarsi in pieno inverno, salvo poi essere ricoverate in ospedale, con i capezzoli congelati. Ovvio, che una volta dentro, ci si sentisse al settimo cielo, quantomeno per aver superato la prova di iniziazione dei doorpeople. Ma, soprattutto, per essere parte di un’atmosfera unica. I 1.800 mq del club erano bombardati da uno spiegamento di 54 differenti effetti luce, fiamme di stoffa svolazzanti, strisce di alluminio ondeggianti, neon rotanti, luci stroboscopiche e riflettori colorati a spot intermittenti. Bufere di neve sintetica investivano la pista da ballo, al pari di coriandoli e palloni di varie fogge e dimensioni. Per non parlare dei party a tema, fra cui vanno ricordati l’evento stile Folies Bergère, con motociclisti, acrobati e trapezisti seminudi, la notte in cui i clienti vennero accolti da serenate suonate da venti violinisti tzigani, la festa per la première di Grease, la trasformazione del locale in un quartiere di Shangai, per il compleanno di Tina Chow.
Last but not the least, sex&drugs come se piovesse. Sulla balconata, nel seminterrato, negli ampi bagni, praticamente ovunque, senza alcun problema. Da soli, in coppia o nel mucchio non importava, l’importante era partecipare. Ebbene, a questo punto, forse non ci crederete, ma allo Studio 54 si ballava anche: si ballava fra mezzelune argentate che calavano dal soffitto e avendo la fondata possibilità di vedere entrare Bianca Jagger nuda, in sella ad un cavallo bianco...
Per di più, il dj Nicky Siano era l’essenza stessa della musica dance americana, colui il quale, per primo, ebbe modo di mixare avendo tre piatti davanti, nonché di far esibire dal vivo artisti del calibro di Loleatta Holloway e Grace Jones ed organizzare feste insieme a Donna Summer. In definitiva, più che una discoteca si era in presenza di una fantasyland felliniana, meravigliosa, esagerata ed illegale. Troppo.
I primi problemi si ebbero con la rivelazione che il locale non aveva una licenza permanente per gli alcolici. Ogni santo giorno doveva richiedere un permesso provvisorio, procedura non del tutto lecita, già di per sé. Bastò una dimenticanza, per vedersi proibita la vendita di alcool. Dopo aver chiesto aiuto ai personaggi influenti che frequentavano lo Studio, l’avvocato Roy Cohn trovò un giudice disposto a lasciar cadere l’ordinanza.
Ma da quel momento in poi le autorità cominciarono a tenere d’occhio il 54. Non dovettero attendere molto. In una stupidamente arrogante intervista, rilasciata al New York Magazine, Rubell arrivò infatti a dichiarare
“I profitti del club sono astronomici. Solo quelli della Mafia ci superano!”. La notizia attirò l’attenzione della divisione criminale dell’Erario e, in coincidenza con una denuncia per evasione fiscale da parte di un ex dipendente, fu emesso un mandato di perquisizione. Il raid ebbe luogo alle 09.30 di mattina del 14 dicembre 1978: quaranta agenti perquisirono tutto, sotto lo sguardo allibito del personale in attesa della diaria. Furono rinvenuti doppi libri contabili e sacchi pieni di denaro, nascosti dappertutto. A Schrager fu trovata una busta di cocaina nel borsello e sia lui sia il socio vennero arrestati. Nessuno poté aiutarli più di tanto, vieppiù quando si seppe che non avevano denunciato più di un terzo degli introiti, pagando soli 8.000 dollari di tasse sul reddito, per l’intero 1977. Dopo una richiesta di patteggiamento, i due furono condannati a tre anni e mezzo di detenzione.
Le autorità ritennero che fosse necessario dare un esempio di severità, per mettere in guardia le altre disco. Il primo febbraio 1980, Rubell e Schrager furono incarcerati al Metropolitan Correctional Centre, naturalmente solo dopo una favolosa festa, intitolata Going-Away-To-Prison.
Anche con i proprietari dietro le sbarre, il successo non accennò a diminuire. Ma dopo il 28 febbraio 1980, scaduta la licenza, il club rimase chiuso per quindici mesi.
Vista la mala parata, i due soci furono costretti a vendere il locale, per 5 milioni di dollari più il pagamento delle tasse arretrate, all’albergatore Mark Fleischman. Che divenne il nuovo proprietario dello Studio, mantenendo Rubell e Schrager nel ruolo di consulenti. Trasferiti alla Maxwell Airforce Base in Alabama, i due furono liberati il 21 gennaio 1981, dopo aver passato in carcere meno di un anno, anche perché dimostratisi collaborativi con le autorità.
Il ritorno al mondo discotecaro fu duro.
Il duo cosmico riapparve non da titolare ma da stipendiato, per di più evitato da tutti, per paura di coinvolgimenti nella cattiva reputazione. Inizialmente, il club continuò ad essere affollato. La gente ci andava spinta dalla curiosità e perché, dato che ormai era un business e non must, accedervi era molto ma molto più semplice. Ben presto, però, l’alone di magia sparì, le celebrità smisero di frequentarlo ed il tempo ne sbiadì il lustro. Un numero sterminato di procedimenti legali fece il resto.
Fleischman lo cedette in gestione ad altro consorzio, a sua volta convinto di poterne ancora sfruttare il nome, ma lo Studio 54 non sopravvisse a lungo, chiudendo definitivamente nel 1986, per poi essere trasformato in teatro.
A dire il vero, Rubell e Schrager tentarono di ricrearne l’atmosfera al Palladium, che aprì i battenti nel 1985, ma l’operazione non riuscì ed i due imprenditori pensarono bene di riciclarsi nel mercato alberghiero, aprendo una serie di hotel alla moda, quali il Morgans e il Royalton. Il 25 luglio 1989, Steve Rubell morì di aids a soli 45 anni. La sua lapide reca la scritta “The Quintessential New Yorker” ed i partecipanti al funerale passarono, ça va sans dire, tra due transenne di velluto, accuratamente presidiate. Ian Schrager è, invece, tutt’ora attivo e per di più molto apprezzato e richiesto nel suo nuovo ambito lavorativo, come ben giustificato dalla recente, magica trasformazione del Gramercy Park Hotel di New York, amato nel passato da Humphrey Bogart e Babe Ruth, star del baseball americano. Anyway, storie di vita a parte, 30 anni dopo, il mito dello Studio 54 è più vivo che mai...
 
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