A
Seattle ci si prenota con settimane di anticipo pur di
potersi sedere, il sabato sera, intorno ai tavoli del
Bonzai, il locale che segue pedissequamente i dettami
del “Body-Sushi” ideato da Gary Arabia, proponendo
sushi-roll posizionati ad arte su ragazze in topless,
utilizzate a mo’ di vassoi. A Parigi impazzano le
Cene Tzigane proposte da La Guinguette Pirate, un’autentica,
fascinosa e scenografica giunca cantonese ancorata sulla
Senna, davanti alla Tres Grande Biblioteque. Ed a Hollywood
si fa la fila per entrare a El Floridita, uno storico
ristorante che, nato nel 1987, è prepotentemente
ritornato alla ribalta grazie a calienti serate imperniate
sui balli latino americani e complete di scuola di salsa.
In un mondo in cui tutto, dalla politica alla morte, pare
piegarsi alle leggi della spettacolarizzazione, la ristorazione
si candida seriamente al ruolo di capofila di una nuova
filosofia di vita, fatta di emozioni ad ogni piè
sospinto. Ristoranti, osterie e pizzerie, infatti, hanno
pensato bene di squarciare il velo di conformismo che
le aveva sempre attanagliate, per riconvertirsi nelle
prime strutture capaci di adattarsi alla nuova realtà
sociale: modificando ad hoc le loro caratteristiche iniziali,
si sono ritrovate a sviluppare il fenomeno dello “Show-Food”,
il cibo-spettacolo. La formula prevede un’interessante
fusione fra gastronomia ed entertainment, in cui entrambi
gli elementi vengono elaborati e miscelati fra loro, in
maniera assolutamente innovativa. Così, se del
tutto normali diventano le cucine a vista, i piatti che
privilegiano l’aspetto scenografico a quantità
e qualità, le gare ai fornelli con vip in veste
di pierreimattori e perfino la trasformazione del cuoco
in vera e propria star di prima grandezza, altrettanto
gettonati si rivelano i balli sui tavoli dove in precedenza
si è mangiato, le location stravaganti o fantascientifiche,
le sale da pranzo sottoposte al restyling di architetti
sempre pronti ad oltrepassare le nuove frontiere del design
e le iniziative di varia vanità proposte prima,
durante e dopo i pasti.
Qualche esempio? La “crema leggera al rum con cialda
croccante alla frutta secca e infuso di sigaro Winston
Churchill” inserita in menù dallo chef Marco
Fadiga nel suo Bistrot di Bologna. Le “Serate Ammaliatrici”
organizzate da Sergio Salamini, l’uomo che qualche
anno fa cercava di ipnotizzare i maiali in una trasmissione
televisiva di Piero Chiambretti, presso La Taverna del
Mago di Bigarello. La pizza con lo strip servita al Son
Amar di Spinetoli, dove la professionale pizzaiola acrobatica
Oriana Tirabassi rende unica la sua esibizione, levandosi
gran parte degli indumenti proprio mentre lancia per aria
gli impasti, facendoli roteare ad arte. Le cene a lume
di candela proposte da La Pista di Torino, ristorante
in cima al Lingotto, proprio sul mitico, indimenticabile
circuito di collaudo delle Fiat, quello con le curve rialzate,
per intendersi, con tanto di vista panoramica in grado
di spaziare fra un oriente fatto di dolci colline e un
occidente dominato dalla corona delle Alpi.
Si potrebbe andare avanti all’infinito, perché
man mano che passa il tempo sempre di più sono
i locali che nascono con il preciso intento di spettacolarizzare
la cena, ma non si può fare a meno di celebrare
a dovere le location che hanno dato il la a questa tipologia,
i club dove prima si mangia e poi si balla, da sempre
intesi come cloni, elaborazioni o evoluzioni del più
famoso di tutti, l’ormai storico anche se attualmente
deja vu, Buddha Bar di Parigi. Del resto, anche nell’ambito
di questa sezione di tipologia le caratteristiche dei
locali trovano modo di diversificarsi fra loro: il Sali&Tabacchi
di Reggio Emilia e l’Otel Varietè di Firenze
consentono di ballare sopra gli stessi tavoli dove si
è cenato o, nella peggiore delle ipotesi, al fianco
degli stessi.
I Quattro Venti di Catania e il Teatro Verdi di Cesena
optano per una più precisa ripartizione delle zone,
sfoggiando una pista da ballo vera e propria, ben separata
dall’area dinner. La scelta è dettata dal
fatto che puntano a catturare un pubblico più adulto,
bisognoso di qualche formalismo in più. |
Clientela over 40 ed esigente anche al Next Door di Porto
Cervo, che impernia il dopocena sulla musica live dei
Pummarola Sound, bravissimi nel proporre i grandi successi
del passato e nel far scatenare la gente in pista. Il
revival, in questo caso affidato al dj resident, impazza
anche in un locale dalla clientela più giovane
ma di chiara matrice fashion quale il Pacifico di Milano
Marittima.
Che, nemmeno a farlo apposta, si è gemellato con
un club capace, nella sola sala superiore, di proporre
la stessa formula e la stessa colonna sonora, il Tocqueville
di Milano.
Il successo di entrambi è dovuto ad una ben precisa
identificazione e selezione del pubblico: si tratta di
ragazzi e ragazze che utilizzano questi locali per scaldarsi
a dovere e sgranchirsi le gambe, in vista di un successivo
spostamento verso discoteche di matrice house, magari
cantata o happy, ma pur sempre house. Scelte ancor più
particolari e composite vengono compiute quotidianamente
dal Supperclub di Roma e dal Dar el Yacout di Milano,
tutti tesi a stupire fin dall’impatto scenografico,
ma poi capaci d’innestare la quarta verso due direzioni
diametralmente opposte. Il primo punta sui letti al posto
dei tavoli e delle sedie, nonché su una voglia
di trasgressione e anticonformismo che spazia dai “drag
queen show” ai “reading poetici”, scegliendo
le sonorità più nuove come minimo comune
denominatore. Il secondo s’ingegna fino all’inverosimile
per proporre atmosfere marocchine spinte all’eccesso,
al punto tale che nemmeno il Marocco stesso ne può
mostrare delle eguali, ma soprattutto si vanta di selezionare
musica ideale solo per la danza del ventre, proposta da
gruppi di odalische su una speciale pista da ballo vetrata.
In teoria, le danze dovrebbero essere limitate allo staff
dell’animazione, eppure sapeste quanta gente, soprattutto
donne, si avvicina alle danzatrici per cimentarsi nel
genere…
Per non parlare dei locali che tentano il triplo salto
mortale, puntando a tenersi ben stretti i clienti fin
dalle sette di sera. Aperitivo, cena e dopocena bailante
allestite per non mollare nemmeno le briciole ad una concorrenza,
che si fa ogni giorno più agguerrita: ci provano
il Kursaal Kalhesa di Palermo e il Momà di Asolo,
per esempio. Ma anche il Must di Milano e il Salone Margherita
di Napoli, il quale ultimo pare deciso a spingere ancora
più in là le frontiere dello show, sposando
appieno una strada che chi vi scrive aveva preconizzato
più di un lustro fa: una programmazione incentrata
più sulla rotazione degli chef che su quella dei
dj. Così facendo, si potrà finalmente comprendere
se sia più efficace la presenza in loco di Ferran
Adrià o quella di David Morales, fermo restando
che nell’immaginario collettivo giovanile i cuochi
stanno già iniziando ad affiancare se non a sostituire
quelli che fino ad ora erano i loro unici profeti, i disc-jockey.
Insomma, l’ormai decennale diffusione di questo
filone fa sì che anche una nazione votata alle
discoteche come l’Italia abbia progressivamente
cambiato i suoi usi e costumi: risulta così del
tutto chiaro, perché i locali di nuova generazione
tanto insistano per essere riconosciuti come “ristoranti
con discoteca” e assolutamente non come “discoteche
con ristorante”. La differenza sembra minima ma
non lo è, perché in ballo c’è
l’essere considerati “a la page” o vagamente
“out”, ma soprattutto la possibilità
di rientrare nell’ambita categoria degli show-food
o il rischio di cadere nell’anonimato. Ed in un
mondo interamente votato all’immagine come il nostro,
ciò non può e non deve assolutamente accadere!
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