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Show food [torna indietro]

Gastronomia ed intrattenimento. La nuova tendenza va ben oltre il semplice concetto di “mangiare fuori”. Musica, ballo e piatti dall’aspetto golosamente scenografico da gustare in allegria. Quando il cibo fa spettacolo

[di Roberto Piccinelli]
A Seattle ci si prenota con settimane di anticipo pur di potersi sedere, il sabato sera, intorno ai tavoli del Bonzai, il locale che segue pedissequamente i dettami del “Body-Sushi” ideato da Gary Arabia, proponendo sushi-roll posizionati ad arte su ragazze in topless, utilizzate a mo’ di vassoi. A Parigi impazzano le Cene Tzigane proposte da La Guinguette Pirate, un’autentica, fascinosa e scenografica giunca cantonese ancorata sulla Senna, davanti alla Tres Grande Biblioteque. Ed a Hollywood si fa la fila per entrare a El Floridita, uno storico ristorante che, nato nel 1987, è prepotentemente ritornato alla ribalta grazie a calienti serate imperniate sui balli latino americani e complete di scuola di salsa. In un mondo in cui tutto, dalla politica alla morte, pare piegarsi alle leggi della spettacolarizzazione, la ristorazione si candida seriamente al ruolo di capofila di una nuova filosofia di vita, fatta di emozioni ad ogni piè sospinto. Ristoranti, osterie e pizzerie, infatti, hanno pensato bene di squarciare il velo di conformismo che le aveva sempre attanagliate, per riconvertirsi nelle prime strutture capaci di adattarsi alla nuova realtà sociale: modificando ad hoc le loro caratteristiche iniziali, si sono ritrovate a sviluppare il fenomeno dello “Show-Food”, il cibo-spettacolo. La formula prevede un’interessante fusione fra gastronomia ed entertainment, in cui entrambi gli elementi vengono elaborati e miscelati fra loro, in maniera assolutamente innovativa. Così, se del tutto normali diventano le cucine a vista, i piatti che privilegiano l’aspetto scenografico a quantità e qualità, le gare ai fornelli con vip in veste di pierreimattori e perfino la trasformazione del cuoco in vera e propria star di prima grandezza, altrettanto gettonati si rivelano i balli sui tavoli dove in precedenza si è mangiato, le location stravaganti o fantascientifiche, le sale da pranzo sottoposte al restyling di architetti sempre pronti ad oltrepassare le nuove frontiere del design e le iniziative di varia vanità proposte prima, durante e dopo i pasti.
Qualche esempio? La “crema leggera al rum con cialda croccante alla frutta secca e infuso di sigaro Winston Churchill” inserita in menù dallo chef Marco Fadiga nel suo Bistrot di Bologna. Le “Serate Ammaliatrici” organizzate da Sergio Salamini, l’uomo che qualche anno fa cercava di ipnotizzare i maiali in una trasmissione televisiva di Piero Chiambretti, presso La Taverna del Mago di Bigarello. La pizza con lo strip servita al Son Amar di Spinetoli, dove la professionale pizzaiola acrobatica Oriana Tirabassi rende unica la sua esibizione, levandosi gran parte degli indumenti proprio mentre lancia per aria gli impasti, facendoli roteare ad arte. Le cene a lume di candela proposte da La Pista di Torino, ristorante in cima al Lingotto, proprio sul mitico, indimenticabile circuito di collaudo delle Fiat, quello con le curve rialzate, per intendersi, con tanto di vista panoramica in grado di spaziare fra un oriente fatto di dolci colline e un occidente dominato dalla corona delle Alpi.
Si potrebbe andare avanti all’infinito, perché man mano che passa il tempo sempre di più sono i locali che nascono con il preciso intento di spettacolarizzare la cena, ma non si può fare a meno di celebrare a dovere le location che hanno dato il la a questa tipologia, i club dove prima si mangia e poi si balla, da sempre intesi come cloni, elaborazioni o evoluzioni del più famoso di tutti, l’ormai storico anche se attualmente deja vu, Buddha Bar di Parigi. Del resto, anche nell’ambito di questa sezione di tipologia le caratteristiche dei locali trovano modo di diversificarsi fra loro: il Sali&Tabacchi di Reggio Emilia e l’Otel Varietè di Firenze consentono di ballare sopra gli stessi tavoli dove si è cenato o, nella peggiore delle ipotesi, al fianco degli stessi.
I Quattro Venti di Catania e il Teatro Verdi di Cesena optano per una più precisa ripartizione delle zone, sfoggiando una pista da ballo vera e propria, ben separata dall’area dinner. La scelta è dettata dal fatto che puntano a catturare un pubblico più adulto, bisognoso di qualche formalismo in più.
Clientela over 40 ed esigente anche al Next Door di Porto Cervo, che impernia il dopocena sulla musica live dei Pummarola Sound, bravissimi nel proporre i grandi successi del passato e nel far scatenare la gente in pista. Il revival, in questo caso affidato al dj resident, impazza anche in un locale dalla clientela più giovane ma di chiara matrice fashion quale il Pacifico di Milano Marittima.
Che, nemmeno a farlo apposta, si è gemellato con un club capace, nella sola sala superiore, di proporre la stessa formula e la stessa colonna sonora, il Tocqueville di Milano.
Il successo di entrambi è dovuto ad una ben precisa identificazione e selezione del pubblico: si tratta di ragazzi e ragazze che utilizzano questi locali per scaldarsi a dovere e sgranchirsi le gambe, in vista di un successivo spostamento verso discoteche di matrice house, magari cantata o happy, ma pur sempre house. Scelte ancor più particolari e composite vengono compiute quotidianamente dal Supperclub di Roma e dal Dar el Yacout di Milano, tutti tesi a stupire fin dall’impatto scenografico, ma poi capaci d’innestare la quarta verso due direzioni diametralmente opposte. Il primo punta sui letti al posto dei tavoli e delle sedie, nonché su una voglia di trasgressione e anticonformismo che spazia dai “drag queen show” ai “reading poetici”, scegliendo le sonorità più nuove come minimo comune denominatore. Il secondo s’ingegna fino all’inverosimile per proporre atmosfere marocchine spinte all’eccesso, al punto tale che nemmeno il Marocco stesso ne può mostrare delle eguali, ma soprattutto si vanta di selezionare musica ideale solo per la danza del ventre, proposta da gruppi di odalische su una speciale pista da ballo vetrata. In teoria, le danze dovrebbero essere limitate allo staff dell’animazione, eppure sapeste quanta gente, soprattutto donne, si avvicina alle danzatrici per cimentarsi nel genere…
Per non parlare dei locali che tentano il triplo salto mortale, puntando a tenersi ben stretti i clienti fin dalle sette di sera. Aperitivo, cena e dopocena bailante allestite per non mollare nemmeno le briciole ad una concorrenza, che si fa ogni giorno più agguerrita: ci provano il Kursaal Kalhesa di Palermo e il Momà di Asolo, per esempio. Ma anche il Must di Milano e il Salone Margherita di Napoli, il quale ultimo pare deciso a spingere ancora più in là le frontiere dello show, sposando appieno una strada che chi vi scrive aveva preconizzato più di un lustro fa: una programmazione incentrata più sulla rotazione degli chef che su quella dei dj. Così facendo, si potrà finalmente comprendere se sia più efficace la presenza in loco di Ferran Adrià o quella di David Morales, fermo restando che nell’immaginario collettivo giovanile i cuochi stanno già iniziando ad affiancare se non a sostituire quelli che fino ad ora erano i loro unici profeti, i disc-jockey. Insomma, l’ormai decennale diffusione di questo filone fa sì che anche una nazione votata alle discoteche come l’Italia abbia progressivamente cambiato i suoi usi e costumi: risulta così del tutto chiaro, perché i locali di nuova generazione tanto insistano per essere riconosciuti come “ristoranti con discoteca” e assolutamente non come “discoteche con ristorante”. La differenza sembra minima ma non lo è, perché in ballo c’è l’essere considerati “a la page” o vagamente “out”, ma soprattutto la possibilità di rientrare nell’ambita categoria degli show-food o il rischio di cadere nell’anonimato. Ed in un mondo interamente votato all’immagine come il nostro, ciò non può e non deve assolutamente accadere!

 
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