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L'occhio del genio [torna indietro]

Provocatorie, sfrontate, esibizioniste… le immagini
di David LaChapelle sono qualcosa di più di “semplici” foto.
In mostra a Milano gli scatti del grande fotografo, una sorta di girone dantesco della pop culture


[di Marco Consoli]
David LaChapelle sembra l’esatto contrario delle sue foto che lo hanno reso celebre in tutto il mondo: tanto gli scatti sono provocatori, sardonici e trasmettono uno sfrontato esibizionismo, quanto il loro creatore appare come un uomo schivo, piuttosto laconico, che detesta stare sotto le luci dei riflettori. Lo incontriamo all’inaugurazione della personale a lui dedicata, in programma a Palazzo Reale a Milano, dal 25 settembre al 6 gennaio 2008: la più vasta e completa mostra delle sue foto, che include i ben noti scatti alle celebrità e quelli per i magazine di moda, oltre a una serie di inediti tra cui il ciclo ispirato al Diluvio Universale di Michelangelo, rende quasi obbligatorio per chi non vi abita un viaggio nel capoluogo lombardo. Esaltate dal formato gigantesco, le sue invenzioni prendono quasi vita, trasformando il percorso attraverso le tredici sezioni in cui è diviso lo show, in una sorta di viaggio dantesco nel girone della cultura pop, irrisa, sfruttata e celebrata con uno stile che richiama Federico Fellini e Salvador Dalì, l’arte digitale, il rinascimento e il surrealismo.
La storia è nota: LaChapelle a 18 anni si presentò a Andy Warhol e gli chiese se poteva mostrargli le sue fotografie, e anche se l’artista dapprincipio gli consigliò di fare il modello (in effetti ancora oggi non sfigurerebbe: alto, muscoloso, sguardo enigmatico), alla fine lo aiutò a sfondare. Dall’esordio sulla rivista Interview Magazine sono trascorsi più di vent’anni, e David ha lavorato con le più famose riviste del mondo, tra cui Vanity Fair, The Face, Vogue, e le più abbaglianti celebrity, accumulando anno dopo anno premi per il miglior fotografo dell’anno. Oggi però a 44 anni sembra non andare più tanto d’accordo con il suo passato: “È davvero un sogno che si avvera poter esibire i mie lavori in un museo” ci rivela.
“Fin da ragazzo, all’inizio degli anni ’80, ho cercato di presentare le mie opere nelle gallerie d’arte di New York, ma nessuno voleva comprarle e così ho dovuto mettermi a lavorare per le riviste: all’epoca, mentre scattavo foto di moda o con personaggi famosi, non pensavo che sarebbe stato possibile ritornare dopo vent’anni lì dove tutto era iniziato”.

Lavorare per la moda è stato dunque un obbligo…
Quando lavori per l’industria del commercio vendi la tua anima ed è difficile immaginare di poter tornare al mondo dell’arte.
A quanto pare le cose ora sono cambiate ed è possibile rimettersi ad essere solo un artista: per me questa svolta rappresenta una vera e propria rinascita.

Quando e perché è avvenuto il cambiamento?
Due anni fa ho deciso di smettere di lavorare per i giornali; non penso che le mie foto appartengano più al mondo della moda o delle star. Gli incarichi sono diventati sempre più limitanti e dovevo esprimermi diversamente. Non punto al denaro e alla fama, una volta che mi sono disamorato di quel tipo di lavoro, è stato necessario allontanarsene.

È stato difficile tagliare con quel mondo?
Per anni cerchi di fare il tuo lavoro e far sì che venga scelto e pubblicato, e quindi non è facile all’improvviso rinunciare alle offerte. Mi sono sentito come ci si sente quando una strada finisce: ho creduto di essere finito.

E poi?
Ho deciso di creare foto come Deluge e la serie di Awakened, che sono esposte per la prima volta qui a Milano: è stata proprio l’opportunità di allestire questa mostra a darmi un nuovo impulso, con l’idea di visitare per l’occasione la Cappella Sistina e ispirarmi al lavoro di Michelangelo. Quella visita privata si è rivelata emozionante, epica, fonte di grande ispirazione. È stato come tornare a innamorarmi del mio stesso lavoro.

Cosa vuol dire fare il fotografo?
Quella del fotografo non è una professione solitaria, ma richiede un grande sforzo e un lavoro d’equipe, e questo è uno dei motivi per cui la amo. Un pittore può lavorare anche da solo senza bisogno di modelle, ma per me è differente: la mia fotografia si
nutre di soggetti, uomini e donne da rappresentare, e per riuscire necessita di numerosi collaboratori. Con me lavora un gruppo di persone di straordinario talento.

È un lavoro faticoso?

Per oltre vent’anni è come se avessi vissuto dentro una specie di bolla, creando fotografie ventiquattro ore al giorno, sette giorni alla settimana, senza fermarmi mai, senza dormire.

Come giudichi le tue foto?
Quando le guardo esposte nelle gallerie d’arte penso a chi possano essere quei “pazzi” che desiderano comprarle.

C’è un filo conduttore che corre attraverso tutta la tua opera?
Anche se lavoravo per il mondo della moda o fotografavo le celebrità, in questi anni ho cercato sempre di essere fedele a me stesso e alla mia sensibilità. Non ho mai pensato allo stile, ma al soggetto che stavo fotografando, si trattasse delle ossessioni della cultura pop, dell’America o di rappresentare ciò che mi ossessionava o appassionava. Anche se molte delle mie opere sono state realizzate su commissione, sono sempre lavori molto personali, quindi da questo punto di vista non c’è nessuna differenza tra le foto che ho fatto per me stesso e quelle pubblicate sui magazine.

Sembra che ci sia un contrasto tra la tua timidezza e le tue foto.
Ho scelto una vita dietro l’obiettivo della macchina fotografica e lì mi sento molto a mio agio. Inoltre mi rende davvero felice tutto il processo creativo.

Quali sono le fasi principali attraverso le quali organizzi il tuo lavoro?

Di solito mi viene un’idea e cerco di fissarla realizzando un disegno, quindi successivamente ne discuto con i miei collaboratori. Si passa all’allestimento dei set e si procede al casting delle persone da ritrarre, fino al giorno in cui si scattano le fotografie. Poi c’è un lavoro di fotoritocco digitale che realizzo con un mio bravissimo collaboratore, con me da quattordici anni.
Alla base devono però esserci sempre immagini di qualità.

Durante la tua carriera hai fotografato moltissime celebrità...
Si trattava di lavori che mi venivano commissionati, in cui raccontavo l’ossessione della società per la celebrità e per l’accumulo compulsivo di merce, ma ora ho praticamente smesso di occuparmene: fotografo le star raramente e solo per motivi molto specifici.

Chi sono i fotografi o i pittori che ti hanno ispirato?
Mi sono ispirato a moltissimi artisti della Pop Art, ai surrealisti, ai pittori del Rinascimento. Mi piace l’arte e cerco ovunque ispirazione per il mio lavoro.

Cosa ne pensi degli strumenti digitali che hanno rivoluzionato, negli ultimi anni, la fotografia?
È una cosa che ha avvicinato più persone alla fotografia e se ci pensi è straordinario, così come è bello che chiunque possa prendere in mano una penna e provare a scrivere.

Qual è il significato del tuo lavoro sul Diluvio Universale?
Alla base c’è l’idea della fine del mondo, del fatto che tutto è destinato ad avere una fine: le cose, le persone, noi tutti prima o poi scompariremo...
L’idea della morte ci accompagna sempre e, di solito, ci si avvicina a Dio o si comprende profondamente il significato della vita quando ci si trova di fronte alla morte.

C’è qualcosa che ti spaventa?
Non ho molte paure: la fede mi sostiene. Forse è questo il motivo per cui nelle mie foto ci sono così tanti elementi sacri.
 
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