Logo Matrix



Matt Damon - L'uomo che sapeva troppo [torna indietro]

Al cinema non fa che cambiare look e ruoli, nella vita
privata s’impegna su più fronti: questa è la Theron, eletta
la donna più sexy del mondo, una fusione naturale
di eleganza e fascino, dolcezza e dedizione, con un futuro costruito sulle ceneri di un passato tormentato

[di Diego Giuliani e Sabrina Ramacci]

La cosa più trasgressiva che ha fatto è stata doppiare Spirit cavallo selvaggio. Per il resto, niente: anche a setacciarla al microscopio, la biografia di Matt Damon è di una piattezza mortale. Un curriculum senza macchia e senza paura, dal primo Mystic Pizza con Julia Roberts alla saga di Jason Bourne, che gli è valsa la palma di divo dalle uova d’oro. Altro che genio ribelle, insomma: l’attore che a 27 anni ha vinto l’Oscar per la sceneggiatura di Good Will Hunting e oggi la rivista Forbes incorona come il più redditizio al boxoffice, è davvero uno di noi. Tanto normale, da venire a noia addirittura ai paparazzi che hanno rinunciato a braccarlo:
“Ecco Matt che ripassa le battute, ecco Matt che va in biblioteca, ecco Matt con la bambina…”. è talmente un bravo ragazzo, che ci scherza pure. Per una volta che ha provato a uscire dal seminato, il destino l’ha subito richiamato all’ordine: sperava nei Farrelly per una licenza cameratesca, e Fratelli per la pelle gli ha fatto invece incontrare Lucia Barroso. Anche in questo caso, ovviamente, il buon Matt ci è andato coi piedi di piombo. Niente atolli in affitto nell’Oceano Indiano, né jet privati per deportare amici e parenti: dopo due anni di cauta frequentazione, si è sposato in sordina al comune e senza neanche vendere i diritti tv. A mangiarsi le mani è stata soltanto Minnie Driver, la fidanzata che nel ’96 aveva lasciato davanti a milioni di telespettatori, dal divano di Oprah Winfrey. Ma quelli erano altri tempi. Appena dopo averla conosciuta sul set di Good Will Hunting, l’Oscar gli ha rimesso la testa a posto. “Meglio prima che dopo - ha commentato alla cerimonia, dov’era andato in compagnia della mamma - Così almeno impari le regole del gioco”. Un felice paradosso è poi quello dei Razzie Awards (Le pernacchie anti-Oscar) per la peggiore interpretazione dell’anno: Sylvester Stallone ci ha tappezzato il salotto, Sharon Stone li colleziona, non c’è divo a Hollywood che non ne abbia almeno uno in bacheca. Lui invece no. Bello, bravo, saggio al limite dell’anormalità: viene quasi da chiedersi se a scorrergli nelle vene sia sangue umano. E proprio lì si nasconde forse l’unica speranza di normalità. Una vena di divertita follia, che le ascendenze vichinghe hanno sicuramente passato allo zio George Brunstad: uno che a 70 anni suonati ha attraversato la Manica a nuoto e devoluto i soldi del premio a un progetto umanitario. Il cuore d’oro è rimasto in famiglia. E qualche rotella fuori posto pure. Al nipotino, quando piange, zio Matt intona ninna-nanne colte: per farlo star buono, pare addirittura che sia andato a ripescare un brano della Starland Vocal Band, in classifica nel ’76. Ci ha provato anche con la figlia Isabella, ma con lei non attacca. Un anno appena e già 11 timbri sul passaporto, la piccola l’ha tenuto sveglio per tutte le riprese dell’ultimo The Bourne Ultimatum. Neanche questo gli è però bastato per lamentarsi. Damon ci ha trovato del buono e l’ha addirittura ringraziata pubblicamente, per il look “ciancicato” che gli ha regalato nel thriller di Paul Greengrass: “Il successo di questo

film lo devo anche a lei. La faccia d’angelo di Damon nasconde un non allineato come il suo Jason Bourne: antispia per eccellenza, strappato alla fantapolitica dello scrittore Robert Ludlum e catapultato nei drammatici scenari dell’Iraq del dopo 11 settembre. Filo rosso è ancora una volta la C/A: vecchia conoscenza di Syriana e L’ombra del potere, che l’attore torna a esplorare, nel versante della sua fitta rete di connivenze col palazzo. Lo 007 di Ian Fleming al servizio della Corona è distante anni luce. Quello di Damon prende a pernacchie Sua Maestà e a James Bond non gliela manda a dire: “E’ un integrato nel sistema. Un imperialista misogino, che prova gusto a uccidere le persone. Bourne è invece un braccato, un paranoico in costante fuga e alla ricerca di sé”. Altro che Martini e gadget ipertecnologici, insomma: un po’ come Spider-Man, la sua marcia in più sono i superproblemi. Un vuoto di memoria che episodio dopo episodio lo avvicina alla verità, sul perché sia finito a combattere quella sporca guerra. Un interrogativo oggi condiviso da molti suoi compatrioti, ma che Damon rivolgerebbe in primo luogo a Bush. “Un antiamericano che ha tradito la costituzione” per dirla con lui, a cui la sceneggiatura di Tony Gilroy e soci riserva più di una stilettata. “Quando Bourne punta la pistola contro chi lo ha mandato allo sbaraglio - è la sua polemica interpretazione - incarna l’americano che sente di essere stato ingannato dal proprio governo”. Senza falsa modestia, al film riconosce infatti addirittura l’ambizione di spiegare perché nel 2008 l’elettorato Usa cambierà direzione. Spera non vada in quella di Hillary Clinton, a cui non perdona il sì alla guerra in Iraq, ma magari di John Edwards, uno che sa invece parlare alla povera gente, come nessuno ha più fatto dai tempi di Robert Kennedy. Meglio ancora sarebbe secondo Damon se vincesse Barak Obama. Nel suo piccolo, l’attore annuncia che contribuirà dando a lui il suo voto. E poi tornando a rispolverare l’enfant terrible che nasconde dietro quel faccino d’angelo: ancora una volta per Greengrass e ancora una volta in Iraq. Questa volta per raccontare l’odissea di un giornalista del Washington Post, e in attesa, forse, di recitare addirittura per Eastwood. Per raggiungere lo stesso effetto, negli altri episodi ero costretto a tirare l’alba in giro per la città”. A giudicare dai risultati, la “terapia Isabella” ha però dato i suoi frutti: uno stratosferico debutto al boxoffice Usa, che con 70 milioni di dollari al primo weekend, stabilisce il primato di un’uscita ad agosto e porta a casa quanto l’esordio dei due precedenti film messi insieme. Merito del graffiante sottotesto politico, ma merito anche del suo agente smemorato, nei nostri cinema dal 1° novembre: un ruolo che dopo The Bourne Identity e The Bourne Supremacy, gli calza ormai a pennello. Più il tempo passa, più il confine tra i due sembra poi assottigliarsi.


 
LA RIVISTA | LA REDAZIONE | LAVORA CON NOI | PUBBLICITA' | ABBONAMENTI | CONTATTI

© Al.Fa. Edizioni srl