La
cosa più trasgressiva che ha fatto è stata
doppiare Spirit cavallo selvaggio. Per il resto, niente:
anche a setacciarla al microscopio, la biografia di
Matt Damon è di una piattezza mortale. Un curriculum
senza macchia e senza paura, dal primo Mystic Pizza
con Julia Roberts alla saga di Jason Bourne, che gli
è valsa la palma di divo dalle uova d’oro.
Altro che genio ribelle, insomma: l’attore che
a 27 anni ha vinto l’Oscar per la sceneggiatura
di Good Will Hunting e oggi la rivista Forbes incorona
come il più redditizio al boxoffice, è
davvero uno di noi. Tanto normale, da venire a noia
addirittura ai paparazzi che hanno rinunciato a braccarlo:
“Ecco Matt che ripassa le battute, ecco Matt che
va in biblioteca, ecco Matt con la bambina…”.
è talmente un bravo ragazzo, che ci scherza pure.
Per una volta che ha provato a uscire dal seminato,
il destino l’ha subito richiamato all’ordine:
sperava nei Farrelly per una licenza cameratesca, e
Fratelli per la pelle gli ha fatto invece incontrare
Lucia Barroso. Anche in questo caso, ovviamente, il
buon Matt ci è andato coi piedi di piombo. Niente
atolli in affitto nell’Oceano Indiano, né
jet privati per deportare amici e parenti: dopo due
anni di cauta frequentazione, si è sposato in
sordina al comune e senza neanche vendere i diritti
tv. A mangiarsi le mani è stata soltanto Minnie
Driver, la fidanzata che nel ’96 aveva lasciato
davanti a milioni di telespettatori, dal divano di Oprah
Winfrey. Ma quelli erano altri tempi. Appena dopo averla
conosciuta sul set di Good Will Hunting, l’Oscar
gli ha rimesso la testa a posto. “Meglio prima
che dopo - ha commentato alla cerimonia, dov’era
andato in compagnia della mamma - Così almeno
impari le regole del gioco”. Un felice paradosso
è poi quello dei Razzie Awards (Le pernacchie
anti-Oscar) per la peggiore interpretazione dell’anno:
Sylvester Stallone ci ha tappezzato il salotto, Sharon
Stone li colleziona, non c’è divo a Hollywood
che non ne abbia almeno uno in bacheca. Lui invece no.
Bello, bravo, saggio al limite dell’anormalità:
viene quasi da chiedersi se a scorrergli nelle vene
sia sangue umano. E proprio lì si nasconde forse
l’unica speranza di normalità. Una vena
di divertita follia, che le ascendenze vichinghe hanno
sicuramente passato allo zio George Brunstad: uno che
a 70 anni suonati ha attraversato la Manica a nuoto
e devoluto i soldi del premio a un progetto umanitario.
Il cuore d’oro è rimasto in famiglia. E
qualche rotella fuori posto pure. Al nipotino, quando
piange, zio Matt intona ninna-nanne colte: per farlo
star buono, pare addirittura che sia andato a ripescare
un brano della Starland Vocal Band, in classifica nel
’76. Ci ha provato anche con la figlia Isabella,
ma con lei non attacca. Un anno appena e già
11 timbri sul passaporto, la piccola l’ha tenuto
sveglio per tutte le riprese dell’ultimo The Bourne
Ultimatum. Neanche questo gli è però bastato
per lamentarsi. Damon ci ha trovato del buono e l’ha
addirittura ringraziata pubblicamente, per il look “ciancicato”
che gli ha regalato nel thriller di Paul Greengrass:
“Il successo di questo
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film
lo devo anche a lei. La faccia d’angelo di Damon
nasconde un non allineato come il suo Jason Bourne:
antispia per eccellenza, strappato alla fantapolitica
dello scrittore Robert Ludlum e catapultato nei drammatici
scenari dell’Iraq del dopo 11 settembre. Filo
rosso è ancora una volta la C/A: vecchia conoscenza
di Syriana e L’ombra del potere, che l’attore
torna a esplorare, nel versante della sua fitta rete
di connivenze col palazzo. Lo 007 di Ian Fleming al
servizio della Corona è distante anni luce. Quello
di Damon prende a pernacchie Sua Maestà e a James
Bond non gliela manda a dire: “E’ un integrato
nel sistema. Un imperialista misogino, che prova gusto
a uccidere le persone. Bourne è invece un braccato,
un paranoico in costante fuga e alla ricerca di sé”.
Altro che Martini e gadget ipertecnologici, insomma:
un po’ come Spider-Man, la sua marcia in più
sono i superproblemi. Un vuoto di memoria che episodio
dopo episodio lo avvicina alla verità, sul perché
sia finito a combattere quella sporca guerra. Un interrogativo
oggi condiviso da molti suoi compatrioti, ma che Damon
rivolgerebbe in primo luogo a Bush. “Un antiamericano
che ha tradito la costituzione” per dirla con
lui, a cui la sceneggiatura di Tony Gilroy e soci riserva
più di una stilettata. “Quando Bourne punta
la pistola contro chi lo ha mandato allo sbaraglio -
è la sua polemica interpretazione - incarna l’americano
che sente di essere stato ingannato dal proprio governo”.
Senza falsa modestia, al film riconosce infatti addirittura
l’ambizione di spiegare perché nel 2008
l’elettorato Usa cambierà direzione. Spera
non vada in quella di Hillary Clinton, a cui non perdona
il sì alla guerra in Iraq, ma magari di John
Edwards, uno che sa invece parlare alla povera gente,
come nessuno ha più fatto dai tempi di Robert
Kennedy. Meglio ancora sarebbe secondo Damon se vincesse
Barak Obama. Nel suo piccolo, l’attore annuncia
che contribuirà dando a lui il suo voto. E poi
tornando a rispolverare l’enfant terrible che
nasconde dietro quel faccino d’angelo: ancora
una volta per Greengrass e ancora una volta in Iraq.
Questa volta per raccontare l’odissea di un giornalista
del Washington Post, e in attesa, forse, di recitare
addirittura per Eastwood. Per raggiungere lo stesso
effetto, negli altri episodi ero costretto a tirare
l’alba in giro per la città”. A giudicare
dai risultati, la “terapia Isabella” ha
però dato i suoi frutti: uno stratosferico debutto
al boxoffice Usa, che con 70 milioni di dollari al primo
weekend, stabilisce il primato di un’uscita ad
agosto e porta a casa quanto l’esordio dei due
precedenti film messi insieme. Merito del graffiante
sottotesto politico, ma merito anche del suo agente
smemorato, nei nostri cinema dal 1° novembre: un
ruolo che dopo The Bourne Identity e The Bourne Supremacy,
gli calza ormai a pennello. Più il tempo passa,
più il confine tra i due sembra poi assottigliarsi.
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