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Maradona - La metamorfosi di un campione [torna indietro]

Dai quartieri più poveri di Buenos Aires all’Olimpo del calcio mondiale. La parabola di un talento straordinario che ha fatto della sua vita una leggenda e che Napoli ha, da tempo, “santificato”. Tra trionfi stellari e rovinose cadute il suo mito resiste. Anche di fronte alla sfida più difficile: quella con se stesso

[di Gabriele Cosmelli]
Dicono che il segreto della bravura di Maradona a giocare al calcio fosse nella particolare forma che hanno i suoi piedi, piccoli e larghi, tanto da consentirgli di accarezzare il pallone come voleva, come fossero delle mani. Difficile dire se questa spiegazione sia vera o sia piuttosto una leggenda. Del resto, è stata la vita intera del “Pibe de Oro” ad oscillare continuamente tra la realtà e il mito. Nato a Buenos Aires e cresciuto con il pallone tra i piedi negli angusti vicoli del quartiere disagiato di Villa Fiorito, Diego Armando Maradona è la sintesi degli eccessi, nello sport e nella vita, nel bene e nel male.

El “Pibe de Oro”
Un uomo da 6 milioni di dollari. Tanto pagò al Boca Juniors il presidente Nuñez per portarlo al Barcellona nell’estate ’82. Un’esperienza travagliata, fatta di alcuni trionfi, di accumulo di ricchezza e di tanti infortuni. Prima un’epatite, che lo tenne lontano dai campi per cento giorni e poi un grave incidente di gioco. Durante un Barcellona - Athletic Bilbao, Andoni Goikoetxea, difensore avversario, entrò in maniera assassina sulla caviglia del Pibe provocandogli la frattura del malleolo, la rottura dei legamenti ed uno stop di sei mesi.
Durante questa lunga pausa, immerso nell’opulenza dei denari guadagnati con la maglia blaugrana, a Maradona mancarono punti di riferimento e cominciò a passare dalla polvere di stelle alla polvere bianca.
Il presidente Nuñez probabilmente venne a sapere di questi vizi privati ed il rapporto con il giocatore cominciò ad incrinarsi. Bisognava cambiare aria.

Il re di Posillipo
è il 30 Giugno 1984 quando Maradona, interrotti i rapporti con la dirigenza del Barcellona, firma per il Napoli. Il presidente Ferlaino, per averlo in azzurro, stacca un assegno da 13 miliardi di lire, cifra record per il calcio italiano. Le leggende narrano che l’accordo con il giocatore sia arrivato alcune ore dopo la chiusura ufficiale del mercato trasferimenti, con tanto di busta depositata e successivamente riempita con il vero contratto. Il 4 luglio Maradona entra per la prima volta sul campo del San Paolo per la presentazione ufficiale davanti a settantamila tifosi partenopei. è il delirio. Ma anche a Napoli, nei primi mesi, Diego fatica a raccogliere risultati. Non ci sono giocatori che possano supportarlo, e Ferlaino questo lo sa. E così, nell’arco di due anni viene costruita una squadra degna, capace di portare gli azzurri alla vittoria del primo scudetto e poi della Coppa Uefa. Napoli incorona Dieguito e gli permette ogni cosa, ma questo non fa altro che aumentare le aspettative verso di lui. A tutto questo si aggiungono frequentazioni controverse, che lo portano ad avvicinarsi nuovamente alla cocaina, dopo aver vinto il secondo scudetto nel 1990. La stagione ’90 - ’91 è l’ultima di Maradona all’ombra del Vesuvio.
A dicembre si consuma uno psicodramma che segna la parola fine tra la società e il giocatore. Al momento di partire per la trasferta di Coppa Campioni a Mosca contro lo Spartak, Maradona decide infatti di barricarsi in casa e di restare a Napoli, probabilmente annichilito da una “botta” di polvere bianca. Ciro Ferrara, compagno di squadra ed amico fraterno, si precipita a Posillipo cercando di convincerlo, ma inutilmente. Soltanto il giorno della partita Diego sceglie di raggiungere il gruppo con un jet privato. Scende in campo nel secondo tempo senza essersi allenato (una costante, in quel periodo) e partecipa alla lotteria dei rigori. Poi l’eliminazione. Pochi mesi dopo, il “Pibe de Oro” viene trovato positivo alla cocaina dopo un controllo antidoping al termine di Napoli – Bari. Squalifica di 15 mesi e rottura definitiva con Ferlaino. Al rientro dal lungo stop e dopo un’estenuante tira e molla con il presidente del Napoli, Diego venne ceduto al Siviglia, dove rimane per due stagioni fino al ritorno in Argentina per giocare nelle file del Newell’s Old Boys prima e del Boca Juniors poi.

La nazionale, gioie e dolori
Maradona in nazionale ha dato molto e, probabilmente, raccolto meno di quello che meritava.
A soli diciassette anni, diventato capocannoniere del campionato argentino, Maradona pretende di essere convocato per il mondiale del ’78. Luis Cesar Menotti, ct della nazionale, nonostante le insistenze della critica e del pubblico, non se la sente di aggregare al gruppo l’astro nascente del calcio sudamericano, ritenendolo non adatto ad una ribalta così importante. Solo la vittoria finale risparmiò l’allenatore dal massacro per aver snobbato il “Pibe de Oro”.
Dopo quattro anni e dopo aver vinto il campionato con la maglia del Boca Juniors, Maradona si conquista a pieno titolo la convocazione per i mondiali di Spagna ’82, ma l’Argentina esce di scena in malo modo contro l’Italia. Poco incisivo e troppo nervoso, Diego incanta comunque il popolo calcistico di tutto il mondo ed i suoi nuovi tifosi, quelli del Barcellona.
Nell’ ’86 arriva il momento tanto atteso. In Messico Maradona dà spettacolo e ai quarti di finale contro l’Inghilterra, prima segna di mano senza farsi scoprire (da cui il soprannome “la mano di Dio”) e poi raddoppia dribblando sei avversari e realizzando quello che viene definito il goal più bello della storia del calcio. La vittoria in finale contro la Germania è la definitiva consacrazione a livello planetario. Magica ed irripetibile. Nel 1990, infatti, il cammino è simile ma l’epilogo ben diverso. L’Argentina dimora a Trigoria per tutto il torneo, ospite della Roma, ma la Capitale non è Napoli e Maradona non è il padrone di casa come vorrebbe essere. E’ l’inizio di una sfida a viso aperto con gli italiani, che non gli perdoneranno l’eliminazione dell’Italia al San Paolo, con il pubblico napoletano tutto schierato a favore del Pibe e della sua Argentina. In finale con la Germania, gli spettatori dell’Olimpico fischiano l’inno argentino beccandosi un “ijos de puta” da Maradona in mondovisione. La serata iniziata male finisce anche peggio, con la sconfitta dei biancocelesti e le lacrime del campione.
Tra i mondiali del ’90 e quelli americani del ’94 si consuma la discesa agli inferi di Maradona, con la squalifica per doping a Napoli e l’addio al calcio italiano. Non si dimenticano di lui gli organizzatori statunitensi, che puntano sul suo nome, anche se opacizzato, per lanciare in grande stile il massimo torneo del pallone negli USA. Un recupero che parte da lontano, addirittura attraverso pressioni dirette al ct argentino Alfio Basile, che non può non convocare Maradona. Lo spareggio per la qualificazione e le prime uscite ai mondiali americani danno ragione a Dieguito. Ma sono le prime ed ultime apparizioni. Dopo sole due gare, il giocatore viene trovato positivo all’efedrina e cacciato dalla competizione. Lo Stadio Azteca è in Messico, a poche migliaia di chilometri, ma l’eco dell’urlo lanciato da Maradona nell’ ’86 non si sente più.

Gestire Maradona: un affare
La gestione del più grande calciatore al mondo è chiaramente roba da leccarsi i baffi. Il primo a riempirsi la pancia fu Jorge Cyterszpiler, amico di infanzia di Maradona, conosciuto ai tempi dell’Argentinos Junior. Fu lui a seguirlo nella sua prima esperienza europea a Barcellona, come agente e come confidente. Sua l’intuizione di fondare la Maradona Producciones, una società che avrebbe dovuto gestire l’immagine del giocatore, compreso il merchandising. Nei due anni in Catalogna, Cyterszpiler fece fare ai soldi di Dieguito il giro del mondo. Peccato che però non tornarono mai al mittente. Petrolio, case, sale da bingo, tutti investimenti sbagliati per i quali Maradona si indebitò sul serio. E per mantenere l’entourage che il suo agente aveva creato e portato a Barcellona, Diego finì per dilapidare un matrimonio, sobbarcandosi l’onere di evitare la fame ai suoi collaboratori. L’ultimo consiglio del procuratore prima di separarsi dal campione argentino fu quello di farsi pagare per rilasciare interviste e di cedere alle lusinghe del Napoli. Con i soldi ricevuti, si sarebbero ripianate le perdite della “azienda Maradona”. E aveva ragione. Nel periodo italiano fu Guillermo Coppola ad affiancare il giocatore nelle sue vicende contrattuali. Uomo di umili origini, Coppola protesse il campione negli anni difficili della sua pur felice vita napoletana. La “Diarma” (dalle sillabe iniziali di Diego – Armando – Maradona) fu fondata da Coppola per gestire con maggior oculatezza i guadagni del giocatore. A fronte di questo, Dieguito ricompensò Coppola con la sua sincera amicizia, tanto che Guillermo arrivò a dire che “con Diego, la sola cosa che non abbiamo fatto è andare insieme a letto...”. Tuttavia, poco prima dello scandalo doping del ’91, il rapporto si interruppe e fu proprio il procuratore ad essere successivamente sospettato di aver messo in contatto il giocatore con il mondo della malavita napoletana e di averlo nuovamente spinto verso la cocaina. Juan Marcos Franchi, uomo del gruppo di Coppola, raccolse il testimone e diventò l’agente di Maradona fino alle sue ultime apparizioni sui campi di gioco, quando il meglio, ormai, era stato già espresso.

La vita privata, ma non troppo
Maradona sembrava destinato a rappresentare il buon padre di famiglia. Con i soldi, si sa, puoi comprarti anche la moglie più bella del mondo, ma Claudia Villafanes sembrava proprio la ragazza della porta accanto, senza pretese di diventare soubrette e senza voglia di popolarità. Le figlie Dialma e Giannina, trattate come due principesse, cresciute a babà e pastiera. Poi l’ingresso fulmineo di Cristiana Sinagra, figlia di un parrucchiere del Vomero e conosciuta nel 1986 attraverso il fratello di Maradona, Hugo. Un ingresso fulmineo e devastante quanto bastava per dare a Dieguito un erede illegittimo. I tifosi, scoperto l’accaduto, se la presero con Claudia, rea di aver turbato la tranquillità familiare del campione. Da quel momento i giornali scandalistici non mollarono più la presa e registrarono con regolarità presunte “fuitine” di Maradona con donne di spettacolo più o meno note. Le leggende narrano addirittura di una media di quattro donne al giorno “ricevute” da Dieguito durante la sua permanenza a Napoli. La causa per il riconoscimento di Diego jr. Sinagra andò avanti per anni, fino al momento in cui, durante le pratiche per l’inevitabile divorzio da Claudia Villafanes, il calciatore riconobbe il figlio, che oggi può chiamarsi Diego Armando Jr. Maradona. Per il ragazzo, tuttavia, questo passo si rivelò solo una formalità. “Riconoscere un figlio non vuol dire accettarlo. Nessun giudice potrà mai costringermi ad amarlo. E’ un errore del passato per il quale sto pagando. Mio nipote Thiago è il figlio maschio che non ho avuto". Con queste frasi pronunciate nel 2005, il “Pibe de Oro” (ribattezzato per forza di cose “Pube de Oro”), ha preso nuovamente le distanze da Diego Jr., lasciando alle cause legali di Cristiana Sinagra e di suo figlio l’unica forma di contatto possibile con lui.

Le amicizie altolocate
Può il campione dei campioni restare immune dal fascino di un’amicizia altolocata? Assolutamente no. O meglio, può il presidente argentino non arruffianarsi un connazionale che casualmente è anche il più bravo calciatore al mondo? Assolutamente no. E infatti, prima Alfonsin e poi Carlos Menem hanno mostrato grande attenzione verso Maradona. Il primo ricevette la sua visita nel ’78, come ringraziamento per aver instaurato la democrazia, mentre il secondo fu protagonista di vicende singolari nei rapporti con il giocatore. Abituato a mescolarsi tra la gente e a mostrare, da post peronista, una vena popolare quasi sospetta, Menem dimostrò a Maradona la sua ammirazione arrivando a giocare partitelle di calcio con la sua maglia o facendosi riprendere mentre assisteva alle sue partite mangiando una pizza davanti alla tv.
La chiave della sua popolarità passava per il campione e Diego apprezzava e ricambiava, anche perché simpatizzante peronista. Quello che non si aspettava fu l’improvviso voltafaccia di Menem una volta smessi i panni del calciatore. Maradona venne pedinato dalla polizia e arrestato per droga nella sua Buenos Aires, laddove sembrava che i suoi vizi fossero compresi e perdonati. Per tutta risposta, il “Pibe de Oro” trovò conforto in un altro uomo politico, Fidel Castro.
Una conversione forse influenzata dall’amicizia, questa vera e sincera, con il giornalista Gianni Minà, esperto biografo del Lider Maximo e dello stesso Maradona. Al presidente cubano Dieguito manifestò l’ammirazione per il Che Guevara e il disprezzo per i grandi capitalisti che si dimenticarono dell’Argentina negli anni delle Falkland.
Poi gli regalò la sua maglia e lui regalò a Diego la possibilità di recuperare la sua forma fisica e di disintossicarsi nelle cliniche cubane, lontano dai riflettori, tra il 2002 e il 2005. Una missione evidentemente fallita.

Il tramonto di un mito
Nel 2004, tutti i fans di Maradona si sono dovuti preparare al peggio. Un infarto, probabilmente causato da un’overdose, stava per interrompere l’esistenza del campione argentino. Fortunatamente, dopo un lungo ricovero, Diego è riuscito a riprendersi per dover poi affrontare un altro problema con il quale combatte da sempre: l’obesità. Diventato irriconoscibile, Maradona si è sottoposto all’intervento di bypass gastrico, riguadagnando una forma che sembrava perduta. Lo abbiamo ammirato ballare con scioltezza in tv su Raiuno nello show del sabato sera, per perderne di nuovo le tracce fino allo scorso 27 marzo, quando Diego è stato nuovamente ricoverato per problemi al fegato, causati da un’alimentazione sregolata e da problemi di alcol. Al momento di chiudere la rivista, Maradona si trova in una clinica psichiatrica, dove dovrà restare per almeno due mesi e dove tutti sperano non debba rientrare più. I suoi avversari non sono più Goikoetxea, Gentile e Baresi ed il suo amico non è più il pallone. La partita da vincere è con la vita.
E siamo già ai tempi supplementari.

 
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