Dicono
che il segreto della bravura di Maradona a giocare al
calcio fosse nella particolare forma che hanno i suoi
piedi, piccoli e larghi, tanto da consentirgli di accarezzare
il pallone come voleva, come fossero delle mani. Difficile
dire se questa spiegazione sia vera o sia piuttosto una
leggenda. Del resto, è stata la vita intera del
“Pibe de Oro” ad oscillare continuamente tra
la realtà e il mito. Nato a Buenos Aires e cresciuto
con il pallone tra i piedi negli angusti vicoli del quartiere
disagiato di Villa Fiorito, Diego Armando Maradona è
la sintesi degli eccessi, nello sport e nella vita, nel
bene e nel male.
El “Pibe de Oro”
Un uomo da 6 milioni di dollari. Tanto pagò al
Boca Juniors il presidente Nuñez per portarlo al
Barcellona nell’estate ’82. Un’esperienza
travagliata, fatta di alcuni trionfi, di accumulo di ricchezza
e di tanti infortuni. Prima un’epatite, che lo tenne
lontano dai campi per cento giorni e poi un grave incidente
di gioco. Durante un Barcellona - Athletic Bilbao, Andoni
Goikoetxea, difensore avversario, entrò in maniera
assassina sulla caviglia del Pibe provocandogli la frattura
del malleolo, la rottura dei legamenti ed uno stop di
sei mesi.
Durante questa lunga pausa, immerso nell’opulenza
dei denari guadagnati con la maglia blaugrana, a Maradona
mancarono punti di riferimento e cominciò a passare
dalla polvere di stelle alla polvere bianca.
Il presidente Nuñez probabilmente venne a sapere
di questi vizi privati ed il rapporto con il giocatore
cominciò ad incrinarsi. Bisognava cambiare aria.
Il re di Posillipo
è il 30 Giugno 1984 quando Maradona, interrotti
i rapporti con la dirigenza del Barcellona, firma per
il Napoli. Il presidente Ferlaino, per averlo in azzurro,
stacca un assegno da 13 miliardi di lire, cifra record
per il calcio italiano. Le leggende narrano che l’accordo
con il giocatore sia arrivato alcune ore dopo la chiusura
ufficiale del mercato trasferimenti, con tanto di busta
depositata e successivamente riempita con il vero contratto.
Il 4 luglio Maradona entra per la prima volta sul campo
del San Paolo per la presentazione ufficiale davanti a
settantamila tifosi partenopei. è il delirio. Ma
anche a Napoli, nei primi mesi, Diego fatica a raccogliere
risultati. Non ci sono giocatori che possano supportarlo,
e Ferlaino questo lo sa. E così, nell’arco
di due anni viene costruita una squadra degna, capace
di portare gli azzurri alla vittoria del primo scudetto
e poi della Coppa Uefa. Napoli incorona Dieguito e gli
permette ogni cosa, ma questo non fa altro che aumentare
le aspettative verso di lui. A tutto questo si aggiungono
frequentazioni controverse, che lo portano ad avvicinarsi
nuovamente alla cocaina, dopo aver vinto il secondo scudetto
nel 1990. La stagione ’90 - ’91 è l’ultima
di Maradona all’ombra del Vesuvio.
A dicembre si consuma uno psicodramma che segna la parola
fine tra la società e il giocatore. Al momento
di partire per la trasferta di Coppa Campioni a Mosca
contro lo Spartak, Maradona decide infatti di barricarsi
in casa e di restare a Napoli, probabilmente annichilito
da una “botta” di polvere bianca. Ciro Ferrara,
compagno di squadra ed amico fraterno, si precipita a
Posillipo cercando di convincerlo, ma inutilmente. Soltanto
il giorno della partita Diego sceglie di raggiungere il
gruppo con un jet privato. Scende in campo nel secondo
tempo senza essersi allenato (una costante, in quel periodo)
e partecipa alla lotteria dei rigori. Poi l’eliminazione.
Pochi mesi dopo, il “Pibe de Oro” viene trovato
positivo alla cocaina dopo un controllo antidoping al
termine di Napoli – Bari. Squalifica di 15 mesi
e rottura definitiva con Ferlaino. Al rientro dal lungo
stop e dopo un’estenuante tira e molla con il presidente
del Napoli, Diego venne ceduto al Siviglia, dove rimane
per due stagioni fino al ritorno in Argentina per giocare
nelle file del Newell’s Old Boys prima e del Boca
Juniors poi.
La nazionale, gioie e dolori
Maradona in nazionale ha dato molto e, probabilmente,
raccolto meno di quello che meritava.
A soli diciassette anni, diventato capocannoniere del
campionato argentino, Maradona pretende di essere convocato
per il mondiale del ’78. Luis Cesar Menotti, ct
della nazionale, nonostante le insistenze della critica
e del pubblico, non se la sente di aggregare al gruppo
l’astro nascente del calcio sudamericano, ritenendolo
non adatto ad una ribalta così importante. Solo
la vittoria finale risparmiò l’allenatore
dal massacro per aver snobbato il “Pibe de Oro”.
Dopo quattro anni e dopo aver vinto il campionato con
la maglia del Boca Juniors, Maradona si conquista a pieno
titolo la convocazione per i mondiali di Spagna ’82,
ma l’Argentina esce di scena in malo modo contro
l’Italia. Poco incisivo e troppo nervoso, Diego
incanta comunque il popolo calcistico di tutto il mondo
ed i suoi nuovi tifosi, quelli del Barcellona.
Nell’ ’86 arriva il momento tanto atteso.
In Messico Maradona dà spettacolo e ai quarti di
finale contro l’Inghilterra, prima segna di mano
senza farsi scoprire (da cui il soprannome “la mano
di Dio”) e poi raddoppia dribblando sei avversari
e realizzando quello che viene definito il goal più
bello della storia del calcio. La vittoria in finale contro
la Germania è la definitiva consacrazione a livello
planetario. Magica ed irripetibile. Nel 1990, infatti,
il cammino è simile ma l’epilogo ben diverso.
L’Argentina dimora a Trigoria per tutto il torneo,
ospite della Roma, ma la Capitale non è Napoli
e Maradona non è il padrone di casa come vorrebbe
essere. E’ l’inizio di una sfida a viso aperto
con gli italiani, che non gli perdoneranno l’eliminazione
dell’Italia al San Paolo, con il pubblico napoletano
tutto schierato a favore del Pibe e della sua Argentina.
In finale con la Germania, gli spettatori dell’Olimpico
fischiano l’inno argentino beccandosi un “ijos
de puta” da Maradona in mondovisione. La serata
iniziata male finisce anche peggio, con la sconfitta dei
biancocelesti e le lacrime del campione.
Tra i mondiali del ’90 e quelli americani del ’94
si consuma la discesa agli inferi di Maradona, con la
squalifica per doping a Napoli e l’addio al calcio
italiano. Non si dimenticano di lui gli organizzatori
statunitensi, che puntano sul suo nome, anche se opacizzato,
per lanciare in grande stile il massimo torneo del pallone
negli USA. Un recupero che parte da lontano, addirittura
attraverso pressioni dirette al ct argentino Alfio Basile,
che non può non convocare Maradona. Lo spareggio
per la qualificazione e le prime uscite ai mondiali americani
danno ragione a Dieguito. Ma sono le prime ed ultime apparizioni.
Dopo sole due gare, il giocatore viene trovato positivo
all’efedrina e cacciato dalla competizione. Lo Stadio
Azteca è in Messico, a poche migliaia di chilometri,
ma l’eco dell’urlo lanciato da Maradona nell’
’86 non si sente più.
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Gestire
Maradona: un affare
La gestione del più grande calciatore al mondo
è chiaramente roba da leccarsi i baffi. Il primo
a riempirsi la pancia fu Jorge Cyterszpiler, amico di
infanzia di Maradona, conosciuto ai tempi dell’Argentinos
Junior. Fu lui a seguirlo nella sua prima esperienza europea
a Barcellona, come agente e come confidente. Sua l’intuizione
di fondare la Maradona Producciones, una società
che avrebbe dovuto gestire l’immagine del giocatore,
compreso il merchandising. Nei due anni in Catalogna,
Cyterszpiler fece fare ai soldi di Dieguito il giro del
mondo. Peccato che però non tornarono mai al mittente.
Petrolio, case, sale da bingo, tutti investimenti sbagliati
per i quali Maradona si indebitò sul serio. E per
mantenere l’entourage che il suo agente aveva creato
e portato a Barcellona, Diego finì per dilapidare
un matrimonio, sobbarcandosi l’onere di evitare
la fame ai suoi collaboratori. L’ultimo consiglio
del procuratore prima di separarsi dal campione argentino
fu quello di farsi pagare per rilasciare interviste e
di cedere alle lusinghe del Napoli. Con i soldi ricevuti,
si sarebbero ripianate le perdite della “azienda
Maradona”. E aveva ragione. Nel periodo italiano
fu Guillermo Coppola ad affiancare il giocatore nelle
sue vicende contrattuali. Uomo di umili origini, Coppola
protesse il campione negli anni difficili della sua pur
felice vita napoletana. La “Diarma” (dalle
sillabe iniziali di Diego – Armando – Maradona)
fu fondata da Coppola per gestire con maggior oculatezza
i guadagni del giocatore. A fronte di questo, Dieguito
ricompensò Coppola con la sua sincera amicizia,
tanto che Guillermo arrivò a dire che “con
Diego, la sola cosa che non abbiamo fatto è andare
insieme a letto...”. Tuttavia, poco prima dello
scandalo doping del ’91, il rapporto si interruppe
e fu proprio il procuratore ad essere successivamente
sospettato di aver messo in contatto il giocatore con
il mondo della malavita napoletana e di averlo nuovamente
spinto verso la cocaina. Juan Marcos Franchi, uomo del
gruppo di Coppola, raccolse il testimone e diventò
l’agente di Maradona fino alle sue ultime apparizioni
sui campi di gioco, quando il meglio, ormai, era stato
già espresso. La
vita privata, ma non troppo
Maradona sembrava destinato a rappresentare il buon padre
di famiglia. Con i soldi, si sa, puoi comprarti anche
la moglie più bella del mondo, ma Claudia Villafanes
sembrava proprio la ragazza della porta accanto, senza
pretese di diventare soubrette e senza voglia di popolarità.
Le figlie Dialma e Giannina, trattate come due principesse,
cresciute a babà e pastiera. Poi l’ingresso
fulmineo di Cristiana Sinagra, figlia di un parrucchiere
del Vomero e conosciuta nel 1986 attraverso il fratello
di Maradona, Hugo. Un ingresso fulmineo e devastante quanto
bastava per dare a Dieguito un erede illegittimo. I tifosi,
scoperto l’accaduto, se la presero con Claudia,
rea di aver turbato la tranquillità familiare del
campione. Da quel momento i giornali scandalistici non
mollarono più la presa e registrarono con regolarità
presunte “fuitine” di Maradona con donne di
spettacolo più o meno note. Le leggende narrano
addirittura di una media di quattro donne al giorno “ricevute”
da Dieguito durante la sua permanenza a Napoli. La causa
per il riconoscimento di Diego jr. Sinagra andò
avanti per anni, fino al momento in cui, durante le pratiche
per l’inevitabile divorzio da Claudia Villafanes,
il calciatore riconobbe il figlio, che oggi può
chiamarsi Diego Armando Jr. Maradona. Per il ragazzo,
tuttavia, questo passo si rivelò solo una formalità.
“Riconoscere un figlio non vuol dire accettarlo.
Nessun giudice potrà mai costringermi ad amarlo.
E’ un errore del passato per il quale sto pagando.
Mio nipote Thiago è il figlio maschio che non ho
avuto". Con queste frasi pronunciate nel 2005, il
“Pibe de Oro” (ribattezzato per forza di cose
“Pube de Oro”), ha preso nuovamente le distanze
da Diego Jr., lasciando alle cause legali di Cristiana
Sinagra e di suo figlio l’unica forma di contatto
possibile con lui. Le
amicizie altolocate
Può il campione dei campioni restare immune dal
fascino di un’amicizia altolocata? Assolutamente
no. O meglio, può il presidente argentino non arruffianarsi
un connazionale che casualmente è anche il più
bravo calciatore al mondo? Assolutamente no. E infatti,
prima Alfonsin e poi Carlos Menem hanno mostrato grande
attenzione verso Maradona. Il primo ricevette la sua visita
nel ’78, come ringraziamento per aver instaurato
la democrazia, mentre il secondo fu protagonista di vicende
singolari nei rapporti con il giocatore. Abituato a mescolarsi
tra la gente e a mostrare, da post peronista, una vena
popolare quasi sospetta, Menem dimostrò a Maradona
la sua ammirazione arrivando a giocare partitelle di calcio
con la sua maglia o facendosi riprendere mentre assisteva
alle sue partite mangiando una pizza davanti alla tv.
La chiave della sua popolarità passava per il campione
e Diego apprezzava e ricambiava, anche perché simpatizzante
peronista. Quello che non si aspettava fu l’improvviso
voltafaccia di Menem una volta smessi i panni del calciatore.
Maradona venne pedinato dalla polizia e arrestato per
droga nella sua Buenos Aires, laddove sembrava che i suoi
vizi fossero compresi e perdonati. Per tutta risposta,
il “Pibe de Oro” trovò conforto in
un altro uomo politico, Fidel Castro.
Una conversione forse influenzata dall’amicizia,
questa vera e sincera, con il giornalista Gianni Minà,
esperto biografo del Lider Maximo e dello stesso Maradona.
Al presidente cubano Dieguito manifestò l’ammirazione
per il Che Guevara e il disprezzo per i grandi capitalisti
che si dimenticarono dell’Argentina negli anni delle
Falkland.
Poi gli regalò la sua maglia e lui regalò
a Diego la possibilità di recuperare la sua forma
fisica e di disintossicarsi nelle cliniche cubane, lontano
dai riflettori, tra il 2002 e il 2005. Una missione evidentemente
fallita. Il
tramonto di un mito
Nel 2004, tutti i fans di Maradona si sono dovuti preparare
al peggio. Un infarto, probabilmente causato da un’overdose,
stava per interrompere l’esistenza del campione
argentino. Fortunatamente, dopo un lungo ricovero, Diego
è riuscito a riprendersi per dover poi affrontare
un altro problema con il quale combatte da sempre: l’obesità.
Diventato irriconoscibile, Maradona si è sottoposto
all’intervento di bypass gastrico, riguadagnando
una forma che sembrava perduta. Lo abbiamo ammirato ballare
con scioltezza in tv su Raiuno nello show del sabato sera,
per perderne di nuovo le tracce fino allo scorso 27 marzo,
quando Diego è stato nuovamente ricoverato per
problemi al fegato, causati da un’alimentazione
sregolata e da problemi di alcol. Al momento di chiudere
la rivista, Maradona si trova in una clinica psichiatrica,
dove dovrà restare per almeno due mesi e dove tutti
sperano non debba rientrare più. I suoi avversari
non sono più Goikoetxea, Gentile e Baresi ed il
suo amico non è più il pallone. La partita
da vincere è con la vita.
E siamo già ai tempi supplementari. |