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Fuoco cammina con Lynch [torna indietro]

Il geniale regista ha esposto alla Triennale di Milano
le sue ultime opere d’arte: foto, disegni, film sperimentali
e creazioni sonore. The “Air is on Fire” è un’incursione
nell’immaginario privato di un artista eclettico che
ha fatto dell’incubo la sua musa

[di Federico Pontiggia]
Ed è ancora David Lynch. Dopo il Leone d’Oro alla carriera alla Mostra di Venezia del 2006, dove portava la sua ultima fatica Inland Empire, il regista americano è tornato a ruggire, spalancando le fauci della sua autorialità estrema: The Air is on Fire, mostra sui molteplici aspetti della sua arte. Alla Triennale di Milano, ideata e realizzata per iniziativa della Fondation Cartier pour l’art contemporain di Parigi, costituisce - per la prima volta nel nostro Paese - la possibilità di viaggiare tra i dipinti, le fotografie, i disegni, i film sperimentali e le creazioni sonore di Lynch, installati in un ambiente da lui stesso concepito. The Air is on Fire prende vita dallo studio del regista, affollato di dipinti, armadi pieni di faldoni d’archivio neri e interi scaffali di cartelle contenenti innumerevoli disegni. Un’autocollezione, risalente agli anni del liceo, rivelata al direttore della Fondation Cartier Hervé Chandès: quadri sospesi a grandi montanti metallici rivestiti di tende, film d’animazione proiettati in una sala cinematografica in miniatura che echeggia Eraserhead (1977), il disegno di un salotto trasformato in una scena a grandezza naturale. Personalissima scenografia, immaginario privato, che evoca esperienze infantili, fantasmi d’adolescente, preoccupazioni adulte. Leit-motiv è la casa, dalle risonanze inquietanti, ambienti cupi, segni misteriosi: humour nero e riso bianco, residui antagonisti del circostante universo artistico omologato - e omologante. Assuefazione e omogeneità validi per molti, forse per tutti, non per Lynch. Le sue fotografie inquadrano - e non fermano - panorami sensuali e onirici, schegge putride e perturbanti; i suoi nudi o, meglio, le sue nudità tracciano le silhouette dell’archetipo femminile, nell’accezione lynchana: provocazione fatta creatura, dalle labbra oscenamente aperte, le unghie laccate rosso vivo. E ancora, la serie dei Distorted Nudes presenta fotomontaggi digitali realizzati a partire da scatti erotici risalenti agli anni 1840 - 1940: Lynch li usa per far nascere dall’uomo ibridi post-organici, esseri mutevoli se non mutanti, parti dell’inconscio, creature dell’estro. Ma anche quando, in bianco e nero, le sue foto ritraggono paesaggi industriali, l’attenzione è per l’oltre e il retro: le forme geometriche e l’atmosfera atemporale dei luoghi, al di fuori di ogni gusto per l’archeologia industriale. Omaggio e creazione insieme, The Air is on Fire è summa e compendio, astrazione e esplicazione, delirio e lucidità, arte e lynch-arte. Come Inland Empire, impero interiore. Ultima regia cinematografica firmata da Lynch, (ri)scoprirla - è disponibile in homevideo distribuito da Bim -, meglio se in coppia con la mostra milanese, aiuta ad approcciare il Lynch-pensiero, la dose onirica, folle e geniale della sua arte, che trova definizione solo nella tautologia: lynchana. Inland Empire è sì una zona dell'amata Los Angeles, ma soprattutto un impero dei sensi, un locus creativo che partorisce incubi da visione. In quest’ultimo capitolo di una filmografia extra-ordinaria, Lynch getta nella sua anti-materia poetica la diletta Laura Dern, Jeremy Irons, Justin Theroux - già visto nel precedente Mulholland Drive. E naviga un mare magnum profondo notte, increspato di sangue, travolto più che travolgente, che sfida la forza di gravità di qualsivoglia drammaturgia. Laura Dern è braccata, scrutata, stuprata da una macchina da presa obliqua, invasiva e ammorbante, che molte altre attrici rifiuterebbero. Inchiodata in stanze claustrofobiche, tallonata nella notte prezzolata di Sunset Boulevard, ingaggiata dal regista Irons e affiancata sul set da Theroux, la Dern diviene vittima consapevole, capro espiatorio dell'ennesimo sacrificio officiato da Lynch: sull'altare del cinema puro a immolarsi è la logica. E non solo: “Sono fortemente convinto che i miei film, e tutti i film in generale, esistano prima ancora di essere creati e vadano solo scoperti” - disse Lynch durante un incontro all’Auditorium di Roma. Per molti - e non è la prima volta - la visione non ha catalizzato l’opinione, viceversa: gli estimatori del regista hanno apprezzato, i suoi detrattori non hanno mutato posizione. Rispetto al prologo Mulholland Drive (2001), Inland Empire è ancora più sregolato, apparentemente ancora meno “guidato”. Tutto scorre, tutto passa. Ma è un film divorante, egocentrico, narcisistico e - letteralmente - imperialistico. In rarissimi casi lo spettatore si sente così libero di scorrere tra le immagini, rischiando di perdersi, e contemporaneamente così vincolato al fluire di una poetica che non teme la contraddizione interna, ugualmente rischiando di perdersi. Forse solo in questo caso, la visione è così costrittiva, durante e dopo: soggezione, incomprensione, plauso, straniamento, repulsione sono reazioni indifferentemente legittime. Definitiva variazione sul tema (dell’)inconscio, Inland Empire riscrive le regole del genere lynchano, mutando all’unisono il concetto stesso di opera e di giudizio sull’opera, ovvero muovendo verso l’infinito e oltre le coordinate della creazione e riducendo ai minimi termini l’utilità della critica. Ma con un retaggio antico: per Lynch il cinema può ancora cambiare il mondo. Almeno il proprio.
Rimane poco, moltissimo da chiedersi: innanzitutto, chi è David Lynch? Pittore, regista, fumettista, produttore musicale, cantore eletto di mondi malati, folli, anomali. Ordinariamente legato alle immagini della propria infanzia: le villette della provincia, gli elettrodomestici, la televisione, i motel. E straordinariamente pervertito dal proprio immaginario: nani, storpi, tossicodipendenti, uomini-conigli e i corrispettivi filmici: deformazioni, close-up, suoni distorti.
Nato a Missoula, Montana, il 20 giugno1946, è del 1977 il suo primo lungometraggio: Eraserhead, instant-cult per cinefili, e probabilmente diretto a quattro mani con Franz Kafka. Una casa-inferno e un bambino-mostro, per spazzare via l’ascissa realtà e l’ordinata incubo, coordinate cartesiane annichilite da un vorticoso esprit de finesse. Passano tre anni, Lynch si fa produrre da Mel Brooks e mette un piede, anzi due, a Hollywood, che ringrazia e gli mette sul piatto otto nomination: dalla vera storia di John Merrick, afflitto da una neurofibrosi che lo rende fenomeno da baracconi, The Elephant Man, attrazione evergreen del suo caravanserraglio audiovisivo. è il turno della fantascienza, condita di messianesimo, escatologia - scatologia... - e misticismo: Lynch porta sullo schermo la saga di Frank Herbert, Dune. Vermi giganti signori dei deserti, eserciti più realisti del re, dissidenti underground, monache sensitive, spezie allucinanti e allucinogene, un messia da cercare: figurativamente ebbro, visivamente suggestivo, drammaturgicamente oscuro, non convince il pubblico, e nemmeno la critica. Ma nella “debacle”, c’è una vittoria: la conquista di uno zoccolo duro di spettatori, adoranti e fedeli, comunque vada. Sullo schermo sono passati solo tre film, ma l’Autore è già riconoscibile, e riconosciuto. Paradossalmente, nel senso tradizionale del termine: detentore di una poetica - malgrado le frequentazioni genericamente differenti - e di uno stile, tanto ondivago quanto fermo.
Lynch ringrazia ancora, e tesse trama e ordito per quello che viene accolto quale il suo capolavoro: Velluto blu (1986). Il colore di fondo è giallo, ma caleidoscopica la tavolozza che abbatte istituzioni e istituzionalizzazioni: sessualità, famiglia, corporeità, criminalità, e ancora. Rimane un intrigo da risolvere, ma soprattutto un intreccio da dipanare, una corruzione da (de-)stabilizzare, un’idea di cinema che nessuno steccato narrativo, nessuna appartenenza al genere, nessuna aderenza alla realtà può contenere. è selvaggio con cuore David Lynch, e lo testimonia quattro anni dopo, letteralmente: Cuore selvaggio (1990), primo ensemble ad alto coefficiente kitsch del suo impero interiore, de-costruito tra caccia e fuga on the road, fiaba e gangster-movie, citazioni letterarie ed eccitazioni pittoriche. Sarà Palma d’Oro al festival di Cannes, e l’attributo lynchano inizierà proprio sulla Croisette la sua lunga marcia: complice Bernardo Bertolucci, che da presidente di giuria si batté come un leone per assegnare a Cuore selvaggio il massimo riconoscimento. Apprezzamento da mettere nel mucchio dei plausi di altri colleghi, tra cui l’eccelso Stanley Kubrick, che possedeva una copia di Eraserhead, film che - ammetteva candidamente - avrebbe voluto dirigere lui stesso. Do ut des tra galantuomini, e Lynch ricambiò stima e favori con altri registi, che si affacciavano sul panorama internazionale: i fratelli Coen, Jim Jarmusch, Spike Lee, Quentin Tarantino negli Stati Uniti, e Oltreoceano, fra gli altri, Jane Campion. Se il cinema viene messo a soqquadro, la televisione subisce un’autentica rivoluzione: Twin Peaks scardina il genere del telefilm, la scansione drammaturgica si fa oscura e arrovellata, lo sforzo ermeneutico incommensurabile, lo stile denso come un grumo di sangue, il fascino surreale e pericoloso. è un successo senza precedenti: Twin Peaks diventa droga per milioni di telespettatori. Ritornando al grande schermo, dopo il lungometraggio Fuoco cammina con me e il televisivo Hotel Rooms, Lynch lastrica di inquietudine Strade Perdute (1996): tra horror e detective-movie, l’obliqua via è costellata di incubi e visioni enigmatiche, irriducibili a qualsiasi familiarità narrativa. E contemporaneamente così riconoscibili, così irredimibilmente lynchane: vedere per credere il successivo Mullholland Drive (2001). Con la medesima ambiguità, analoghi scarti, Lynch ha parlato di sé, sparigliando le etichette di ogni possibile classificazione: “La gente mi chiama regista, ma io mi considero più un fonico”. Tranquilli, la prossima volta si definirà operatore, scenografo o direttore della fotografia. Sono tanti i Lynch dentro Lynch: per vederli tutti, non rimane che il buio in sala.
 
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