Certo
che con una squadra così il risultato è
assicurato. Sleuth, per la regia di Kenneth Branagh e
con Sir Michael Caine nei panni che furono di Laurence
Olivier e Jude Law nei panni che furono di Caine, è
un film sorprendente, intrigante ed estremamente intelligente.
Due uomini, in un appartamento, danno vita ad un massacro,
soprattutto psicologico. Il vecchio e famosissimo scrittore
Andrew Wyke invita nella sua splendida casa - ipertecnologica
e modernissima all’interno quanto old fashion all’esterno
- l’affascinante parrucchiere di origini italiane
Milo Tindle, che si porta allegramente a letto sua moglie,
e gli propone di rinunciare alla donna in cambio di alcuni
gioielli di grande valore. Milo accetta, ma non sa che
Andrew ha in mente un piano diabolico per liberarsi di
lui.
Davanti ad un film di questo tipo è obbligatorio
non spingersi oltre nel raccontare la trama ma, statene
certi, questo è solo l’inizio della storia.
Di rado Kenneth Branagh si allontana dal suo amatissimo
William Shakespeare (metà dei suoi film sono tratti
da opere del Bardo) ma stavolta ha deciso di proseguire
la strada intrapresa l’anno scorso con il suo adattamento
di Il Flauto Magico di Wolfgang Amadeus Mozart e si è
cimentato con un “remake” (le virgolette sono
d’obbligo) del film di Mankiewicz.
Remake, infatti, non è il termine giusto perché
quando affidi un testo splendido come quello di Shaffer,
nelle mani e nella testa di un Premio Nobel come Harold
Pinter, non puoi non immaginare |
che venga stravolto.
E così Pinter ha fatto ma, da grande maestro quale
è, ha mantenuto intatti alcuni punti fondamentali
dell’originale e ne ha spinto al massimo altri:
come l’attrazione/seduzione tra i due; l’aspetto
più psicopatico che eccentrico del personaggio
di Andrew e quello più volgarotto piuttosto che
sempliciotto del personaggio di Milo. La straordinarietà
della scrittura di Harold Pinter è la sua ambiguità,
una caratteristica che ti spiazza ma che emerge con grande
forza. Jude Law, che del film è anche produttore,
intervistato a Venezia dove il film era in concorso, ci
ha raccontato il suo incontro con il drammaturgo: “Ne
abbiamo parlato nel corso di un lungo pranzo molto divertente,
in cui gli ho detto che il cuore della storia si poteva
descrivere come due uomini in una stanza, uno più
vecchio e l’altro più giovane, che combattono
fisicamente e psicologicamente per una donna che noi non
vedremo mai. E Harold mi ha risposto: “Magnifico
è quello che ho fatto per 40 anni”. Così,
ha accettato immediatamente”. Notevole anche la
regia di Branagh che, rispetto al film del ’72,
fa un uso ampissimo della tecnologia e gioca moltissimo
con questa casa super high-tech dello scrittore. |