"Un
film ambizioso - afferma Robert De Niro - molto
faticoso da realizzare e ora che è finito stento
a credere di avercela fatta. Come mi disse una volta Elia
Kazan: “Quando ci tieni tanto ad un progetto fallo.
Fallo fino che ne hai le forze, non aspettare”.
Dieci anni gli ci sono voluti per realizzare il suo bel
The Good Shepherd - L’ombra del potere, seconda
regia dopo Bronx (1993), e in cui si racconta la tumultuosa
nascita della CIA (Central Intelligence Agency), il più
potente e famoso servizio segreto di tutti i tempi e del
mondo.
Dirigendo un cast di grandi attori come Matt Damon, Angelina
Jolie, Bill Crudup, William Hurt, Alec Baldwin, De Niro
ha convinto a tornare sul set anche l’amico Joe
Pesci, praticamente scomparso dalla scena da quasi una
decina d’anni. Un film sull’amore per una
nazione e sulla capacità che un uomo lacerato può
avere di sacrificare tutto (inclusa la sua famiglia) per
i valori in cui crede.
De Niro che oltre ad avere diretto il film - esattamente
nel modo opposto di qualsiasi 007 o di qualsiasi film
tratto dai romanzi di Le Carré - lo ha fortemente
amato e voluto, si è ritagliato anche un ruolo,
breve ma significativo quello del Generale Bill Sullivan,
una sorta di padre putativo del protagonista.
Un progetto del quale l’attore-regista va molto
fiero a conferma che mettersi dietro una macchina da presa
è qualcosa di più di un semplice divertissement
come è accaduto ad altri suoi colleghi. Incontrare
Bob significa trovarsi di fronte ad uno dei protagonisti
della storia del cinema e ciò mette un po’
in soggezione anche perché De Niro, da sempre schivo,
non ama particolarmente incontrare la stampa. Appena sorride,
però, rivela la sua unicità, il suo viso
si increspa in quelle rughe e quelle smorfie che tutto
il mondo conosce e che lo hanno reso la star amata che
é.
Per prima cosa è vero che questo film è
il primo di una trilogia? Cosa ci può dire di questo
progetto?
è vero. Faremo un secondo film che andrà,
dal ’61 all’ ’89, ed un terzo che andrà
dall’ ’89 ai giorni nostri. E’ evidente
che la CIA, con i suoi segreti, mi affascina terribilmente,
anche se il mio approccio è stato quello di provare
a raccontare la vita quotidiana di chi intraprendeva il
lavoro di spia e lo faceva in nome dell’America.
Ho cercato di colmare dei vuoti, di realizzare un film
di spie nel modo più realistico, meno spettacolare
e con meno azione possibile.
Pensa che la CIA sia utile? Qual è il suo giudizio
sull’Agenzia? è difficile esprimere
dei giudizi netti. Diciamo che della CIA si conoscono
più i fallimenti che i risultati. Dato che il loro
operato è così segreto, ciò che viene
reso pubblico è quel che non è riuscito
e mai i risultati raggiunti. In particolare poi, in
The Good Shepherd, ci concentriamo sulla nascita dell’Agenzia
e c’è da dire che nei primi anni di vita
tutto era più snello, giovane, semplice. Con il
passare del tempo tutto è diventato più
oscuro, complicato, intricato. Ma io non penso che ci
possa essere una democrazia potente senza un adeguato
apparato di Intelligence.
Ed è per questo che la sceneggiatura di
Eric Roth si concentra molto anche sulla vita privata
di questi uomini? Quello che salta agli occhi però
è uno stato di estrema solitudine che il protagonista,
ma non solo lui, vive facendo questo mestiere...
Questo è uno degli aspetti che più ho apprezzato
del lavoro di Roth e che, secondo me, lo rendevano uno
dei migliori script che abbia mai letto. La storia privata
di Wilson viene in contatto, nel suo dispiegarsi, con
la Storia in generale.
La lacerazione della sua famiglia si intreccia con gli
eventi del mondo esterno, entra in rapporto con le vicende
dell’Agenzia. Mi interessano gli uomini, le loro
reazioni o la loro indifferenza di fronte al Male e in
che modo esso ricada sulle loro vite.
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Come
è stato lavorare con questo cast stellare?
Bellissimo. Anche perché io sono fermamente convinto
che gli attori che passano alla regia hanno un feeling
speciale con il cast, proprio perché facciamo tutti
lo stesso mestiere. La cosa più difficile e angosciante,
lo ammetto, è recitare in un film che dirigi. Detto
questo sono stato ossessionato dai dettagli sul set, dal
montaggio e da tutte le fasi della realizzazione. Per
quanto riguarda il cast credo di avere fatto delle scelte
eccellenti, non vedrei nessun altro al posto degli interpreti
che ho scelto. Facciamo un passo
indietro: nel 1976, con “Taxi Driver”, inizia
il sodalizio con Martin Scorsese e nasce il personaggio
di Travis Bickle che si guarda allo specchio e dice: “Are
you talking to me” (Dici a me?, n.d.r.) Un personaggio
che è entrato nell’immaginario collettivo.
Qual è il suo rapporto con questo film?
Confesso che, per me, è sempre molto imbarazzante
rivedermi in quel film e in quella scena in modo particolare.
E dico anche che, sono passati 31 anni, e non mi ricordo
di preciso ciò che ho improvvisato e ciò
che, invece, era scritto nella sceneggiatura. Mi ricordo
però quello che ha detto Stanley Kubrick, ovvero
che “il lavoro di un regista sta nel seguire
un attore ed essere fortunato nel vederlo fare qualcosa
di buono”. è una frase che ho
sempre ricordato nel mio lavoro di attore e regista.
I suoi genitori erano due artisti. Quanto
l’hanno sostenuta nel suo desiderio di diventare
attore?
Moltissimo. Mi hanno sempre sostenuto e incoraggiato.
Questa non è una fortuna da poco perché
solitamente i genitori dicono ai figli che quello dell’attore
non è un mestiere “serio”. I miei,
invece, hanno sempre creduto in quel che facevo.
Lei si è diplomato all’Actors
Studio di New York ed è famoso per avere sempre
utilizzato il metodo dell’immedesimazione totale
nelle sue interpretazioni. Mitica quella di Jack La Motta
in “Toro scatenato”. Cosa ci può dire
di quel film e pensa che il Metodo sia ancora valido?
Penso che sia un metodo validissimo. Non dico che sia
l’unico e che debba essere applicato sempre ma credo
che sia stata e che sia tutt’oggi una grande scuola.
Ricordo che mentre giravo Novecento di Bernardo Bertolucci,
Scorsese mi fece avere un libro su Jake La Motta. Lo lessi
e, anche se non era un grande libro la storia di quell’uomo,
di quel pugile che finisce letteralmente in pezzi mi ha
affascinato moltissimo.
Il suo disfacimento fisico era lo specchio del suo disfacimento
interiore.
Inoltre, a New York, ogni tanto lo incontravo. Ormai da
anni non saliva più su un ring, lavorava in un
ristorante, era sfatto, non come me nel film, ma era abbastanza
irriconoscibile. Un motivo in più per sentirmi
vicino a questo personaggio. Crede
che i giovani attori siano leggermente intimiditi quando
lavorano con lei?
Alle volte, ma è una sensazione che passa presto.
Secondo lei cosa l’ha reso
il grande attore che è?
Devi lavorare duro e concentrarti su quello che fai, qualsiasi
cosa sia, per renderlo davvero “speciale”. |