Logo Matrix



Robert De Niro - L'intramontabile [torna indietro]

Con The Good Shepherd - L’ombra del potere
l’attore si è cimentato nella sua seconda prova registica. Affascinato dai misteri della Cia, annuncia una trilogia incentrata su luci ed ombre dell’Intelligence. Il leone di Hollywood dimostra di saper ruggire anche dietro la macchina da presa


[di Nicoletta Gemmi]
"Un film ambizioso - afferma Robert De Niro - molto faticoso da realizzare e ora che è finito stento a credere di avercela fatta. Come mi disse una volta Elia Kazan: “Quando ci tieni tanto ad un progetto fallo. Fallo fino che ne hai le forze, non aspettare”. Dieci anni gli ci sono voluti per realizzare il suo bel The Good Shepherd - L’ombra del potere, seconda regia dopo Bronx (1993), e in cui si racconta la tumultuosa nascita della CIA (Central Intelligence Agency), il più potente e famoso servizio segreto di tutti i tempi e del mondo.
Dirigendo un cast di grandi attori come Matt Damon, Angelina Jolie, Bill Crudup, William Hurt, Alec Baldwin, De Niro ha convinto a tornare sul set anche l’amico Joe Pesci, praticamente scomparso dalla scena da quasi una decina d’anni. Un film sull’amore per una nazione e sulla capacità che un uomo lacerato può avere di sacrificare tutto (inclusa la sua famiglia) per i valori in cui crede.
De Niro che oltre ad avere diretto il film - esattamente nel modo opposto di qualsiasi 007 o di qualsiasi film tratto dai romanzi di Le Carré - lo ha fortemente amato e voluto, si è ritagliato anche un ruolo, breve ma significativo quello del Generale Bill Sullivan, una sorta di padre putativo del protagonista.
Un progetto del quale l’attore-regista va molto fiero a conferma che mettersi dietro una macchina da presa è qualcosa di più di un semplice divertissement come è accaduto ad altri suoi colleghi. Incontrare Bob significa trovarsi di fronte ad uno dei protagonisti della storia del cinema e ciò mette un po’ in soggezione anche perché De Niro, da sempre schivo, non ama particolarmente incontrare la stampa. Appena sorride, però, rivela la sua unicità, il suo viso si increspa in quelle rughe e quelle smorfie che tutto il mondo conosce e che lo hanno reso la star amata che é.

Per prima cosa è vero che questo film è il primo di una trilogia? Cosa ci può dire di questo progetto?
è vero. Faremo un secondo film che andrà, dal ’61 all’ ’89, ed un terzo che andrà dall’ ’89 ai giorni nostri. E’ evidente che la CIA, con i suoi segreti, mi affascina terribilmente, anche se il mio approccio è stato quello di provare a raccontare la vita quotidiana di chi intraprendeva il lavoro di spia e lo faceva in nome dell’America. Ho cercato di colmare dei vuoti, di realizzare un film di spie nel modo più realistico, meno spettacolare e con meno azione possibile.

Pensa che la CIA sia utile? Qual è il suo giudizio sull’Agenzia?

è difficile esprimere dei giudizi netti. Diciamo che della CIA si conoscono più i fallimenti che i risultati. Dato che il loro operato è così segreto, ciò che viene reso pubblico è quel che non è riuscito e mai i risultati raggiunti. In particolare poi, in
The Good Shepherd, ci concentriamo sulla nascita dell’Agenzia e c’è da dire che nei primi anni di vita tutto era più snello, giovane, semplice. Con il passare del tempo tutto è diventato più oscuro, complicato, intricato. Ma io non penso che ci possa essere una democrazia potente senza un adeguato apparato di Intelligence.

Ed è per questo che la sceneggiatura di Eric Roth si concentra molto anche sulla vita privata di questi uomini? Quello che salta agli occhi però è uno stato di estrema solitudine che il protagonista, ma non solo lui, vive facendo questo mestiere...
Questo è uno degli aspetti che più ho apprezzato del lavoro di Roth e che, secondo me, lo rendevano uno dei migliori script che abbia mai letto. La storia privata di Wilson viene in contatto, nel suo dispiegarsi, con la Storia in generale.
La lacerazione della sua famiglia si intreccia con gli eventi del mondo esterno, entra in rapporto con le vicende dell’Agenzia. Mi interessano gli uomini, le loro reazioni o la loro indifferenza di fronte al Male e in che modo esso ricada sulle loro vite.
Come è stato lavorare con questo cast stellare?
Bellissimo. Anche perché io sono fermamente convinto che gli attori che passano alla regia hanno un feeling speciale con il cast, proprio perché facciamo tutti lo stesso mestiere. La cosa più difficile e angosciante, lo ammetto, è recitare in un film che dirigi. Detto questo sono stato ossessionato dai dettagli sul set, dal montaggio e da tutte le fasi della realizzazione. Per quanto riguarda il cast credo di avere fatto delle scelte eccellenti, non vedrei nessun altro al posto degli interpreti che ho scelto.

Facciamo un passo indietro: nel 1976, con “Taxi Driver”, inizia il sodalizio con Martin Scorsese e nasce il personaggio di Travis Bickle che si guarda allo specchio e dice: “Are you talking to me” (Dici a me?, n.d.r.) Un personaggio che è entrato nell’immaginario collettivo. Qual è il suo rapporto con questo film?
Confesso che, per me, è sempre molto imbarazzante rivedermi in quel film e in quella scena in modo particolare.
E dico anche che, sono passati 31 anni, e non mi ricordo di preciso ciò che ho improvvisato e ciò che, invece, era scritto nella sceneggiatura. Mi ricordo però quello che ha detto Stanley Kubrick, ovvero che “il lavoro di un regista sta nel seguire un attore ed essere fortunato nel vederlo fare qualcosa di buono”.
è una frase che ho sempre ricordato nel mio lavoro di attore e regista.

I suoi genitori erano due artisti. Quanto l’hanno sostenuta nel suo desiderio di diventare attore?
Moltissimo. Mi hanno sempre sostenuto e incoraggiato. Questa non è una fortuna da poco perché solitamente i genitori dicono ai figli che quello dell’attore non è un mestiere “serio”. I miei, invece, hanno sempre creduto in quel che facevo.

Lei si è diplomato all’Actors Studio di New York ed è famoso per avere sempre utilizzato il metodo dell’immedesimazione totale nelle sue interpretazioni. Mitica quella di Jack La Motta in “Toro scatenato”. Cosa ci può dire di quel film e pensa che il Metodo sia ancora valido?
Penso che sia un metodo validissimo. Non dico che sia l’unico e che debba essere applicato sempre ma credo che sia stata e che sia tutt’oggi una grande scuola. Ricordo che mentre giravo Novecento di Bernardo Bertolucci, Scorsese mi fece avere un libro su Jake La Motta. Lo lessi e, anche se non era un grande libro la storia di quell’uomo, di quel pugile che finisce letteralmente in pezzi mi ha affascinato moltissimo.
Il suo disfacimento fisico era lo specchio del suo disfacimento interiore.
Inoltre, a New York, ogni tanto lo incontravo. Ormai da anni non saliva più su un ring, lavorava in un ristorante, era sfatto, non come me nel film, ma era abbastanza irriconoscibile. Un motivo in più per sentirmi vicino a questo personaggio.

Crede che i giovani attori siano leggermente intimiditi quando lavorano con lei?
Alle volte, ma è una sensazione che passa presto.

Secondo lei cosa l’ha reso il grande attore che è?
Devi lavorare duro e concentrarti su quello che fai, qualsiasi cosa sia, per renderlo davvero “speciale”.

 
LA RIVISTA | LA REDAZIONE | LAVORA CON NOI | PUBBLICITA' | ABBONAMENTI | CONTATTI

© Al.Fa. Edizioni srl