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Daniel Day-Lewis [torna indietro]

Al suo secondo Oscar con “Il Petroliere”
Daniel Day-Lewis non si conferma soltanto un grande attore,
ma anche uno degli artisti più schivi della sua generazione.
Con l’ultimo personaggio che gli ha fatto vincere la statuetta ha in comune l’indole da eremita e la spietatezza
nel difendere la sua privacy

[di Federico Pontiggia]

Avesse un biglietto da visita, ci sarebbe scritto “Non disturbare”. Del personaggio che gli ha dato il secondo Oscar, dice di essere “ugualmente spietato solo quando si tratta di difendere la mia privacy. Come Plainview, anche io ho l’indole dell’eremita, tendo a isolarmi.
Quando non lavoro, faccio una vita tranquilla. E quando lavoro, mi immergo nel mio personaggio e non penso a nient’altro”. Per tutelare la sua vita privata, nel 1993 se ne è andato da Londra, e ha preso cittadinanza e residenza in Irlanda, contea di Wicklow. Diretto dalla moglie Rebecca Miller in The Ballad of Jack and Rose (2005), durante le riprese viveva da solo, lontano pure dai figli.
Quando è sul set isolamento totale, forse per questo accetta pochissime parti, forse per questo quando le accetta piovono premi: Daniel Day-Lewis, forse il più grande attore vivente.
Nato a Londra il 29 aprile 1957, figlio del poeta Cecil Day-Lewis e dell’attrice Jill Balcon, per nonno materno il produttore Sir Michael Balcon, per sorella la documentarista Lydia Tamasin: “Ho avuto il privilegio di crescere in una famiglia di intellettuali piccolo borghesi, ma a scuola sono diventato una specie di bullo di strada. Una contraddizione che mi ha definito come attore: colto ma sporco, raffinato ma cattivo”. Terminati gli studi all’odiata Sevenoaks School nel Kent, Daniel frequenta la Bedales School e studia recitazione alla British Old Vic Theatre School. Adolescente, esordisce nel cinema con Domenica, maledetta domenica di Schlesinger, nel ruolo di un teppista, ma la gavetta la fa in teatro: per la Royal Shakespeare Company e per il National Theatre le prove più significative. Ma è un sodalizio finito: tornato sul palcoscenico a inizio anni ’90, molla senza alcun preavviso l’Amleto.
Per esaurimento, disse, di certo da allora fare teatro nel Regno Unito gli è proibito. Disamore che oggi ricambia: “Come attore non rimpiango il lavoro teatrale che mi ha impegnato per anni in Inghilterra, ma che in fondo non mi si confaceva”.
Nel 1982 ritorna sul grande schermo con Gandhi di Richard Attenborough: è solo il riscaldamento.
Tre anni dopo, gioca una coppia d’assi: Camera con vista di Ivory e My Beautiful Laundrette di Frears. Nel 1989 arriva a vincere l’Oscar grazie alla straordinaria interpretazione di un pittore paraplegico ne Il mio piede sinistro di Jim Sheridan, allenandosi per mesi a scrivere con, appunto, il piede sinistro: undicesima performance della storia del cinema secondo Premiere.
Tre anni dopo, il kolossal L’ultimo dei Mohicani di Michael Mann lo consacra definitivamente star di fama mondiale: per molti è il Robert De Niro inglese, effettivamente attore guida per Day-Lewis, “reo confesso” di aver visto Taxi Driver 5 o 6 volte nella prima settimana in sala. Nel 1993 ritorna a lavorare con Sheridan nel drammatico In nome del padre, che gli vale un’altra candidatura agli Academy Awards.

Sul fronte privato, dall’ ’89 al ’94 ha una relazione con l’attrice francese Isabelle Adjani, ma all’indomani della nascita del figlio, Gabriel Kane, il 9 aprile 1995, la lascia – secondo la stampa scandalistica, con un semplice fax – e, per riguadagnare la tranquillità, passa alcuni mesi a Firenze per apprendere il mestiere di ciabattino da un famoso artigiano.
Ma è ormai tempo di metter su famiglia: il 13 novembre 1996 sposa la figlia di Arthur Miller, Rebecca, conosciuta sul set de La seduzione del male di Nicholas Hytner, tratto proprio da una commedia del drammaturgo. Hanno due bambini: Ronan, nato nel 1998, e Cashel Blake, quattro anni più tardi.
Considerato dalla rivista People Magazine uno dei “50 attori più belli del mondo” nel ’90, inserito tra “i 100 attori più sexy del cinema” (Empire Magazine, 1995) e “i 100 attori più importanti di sempre” (sempre Empire, un anno dopo), per ritrovarlo sullo schermo bisogna attendere il 2003: Martin Scorsese e Leonardo Di Caprio devono escogitare uno stratagemma per distoglierlo da tacchi e suole e sottoporgli a New York la sceneggiatura di Gangs of New York. Con Eminem in cuffia per calarsi nella parte, lo spietato Bill il macellaio, capo dei Nativi nella New York fine ’800, gli vale un’altra nomination agli Oscar. Ma i ruoli che ha rifiutato sono storia come quelli - pochi - che ha accettato. Prima scelta di Demme per l’Andrew Beckett di Philadelphia, declina per fare In nome del padre: al suo posto Tom Hanks, che gli soffia la statuetta. Nel 2002 Soderbergh lo vuole per Solaris: “No, grazie”, ma soprattutto rifiuta a più riprese l’Aragorn della trilogia Il Signore degli Anelli. Una sola volta le parti si sono invertite: avrebbe voluto essere Vincent Vega in Pulp Fiction, ma Tarantino aveva già in mente Travolta.
Dopo il Jack “per amore” del 2005 e l’ennesima pausa di riflessione, ora Daniel Day-Lewis è tornato ne Il petroliere di Paul Thomas Anderson, che gli è valso il Golden Globe, il SAG Award, la quarta nomination e la seconda statuetta agli Academy Awards: “Il film è su quanto sei disposto a sacrificare di te stesso, pezzo a pezzo, per ottenere ricchezza e potere. I copioni di oggi sono quasi sempre fast-food, raro colpiscano la mia immaginazione: questo l’ha fatto”.
Restio a parlar di sé, ancor meno parla degli altri, ma ai giovani colleghi un consiglio lo dà: “Quando ho incominciato, mi dicevano di accettare qualsiasi parte pur di lavorare, eppure non l’ho mai fatto. E sono felicissimo di questa scelta”. A buon intenditor...


 
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