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(Tra) vestiti, usciamo! [torna indietro]

Si chiama cosplay, è nato in Giappone ed è già fenomeno.
Significa immedesimarsi nel proprio personaggio preferito, dal cartoon al videogame, e vestirsi come lui.
I giapponesi dettano tendenza ma gli italiani non stanno
a guardare…


[di Federico Pontiggia]
Moda, fenomeno di costume, rituale o sottocultura? Poco importa, il cosplay è innanzitutto una realtà, che anche in Italia non è più trascurabile. Parola coniata in Giappone, ma di derivazione inglese, cosplay deriva dalla crasi di “costume” e “play”, letteralmente “gioco del costume”. Immedesimazione nel proprio personaggio preferito, sia esso un eroe dei cartoons, dei fumetti o dei videogiochi, imitazione di gesti e comportamenti, e soprattutto un costume, normalmente auto-prodotto in casa, identico a quello portato da colui che si vuole impersonare, corredato dagli stessi accessori, armi, anelli, scettri, etc. Sono questi gli ingredienti base del cosplay. Le sue origini non sono chiare, molti lo tengono a battesimo nel 1981, durante la 20esima edizione del Comic Market di Tokyo, la più importante fiera internazionale di manga e anime, dove alcune ragazze si vestirono da Lamù, l’eroina spaziale di Lum Uruseiyastura. Da un manipolo di ragazzine a un’ampia fascia di adolescenti e giovani, il passo è stato relativamente breve: non esenti da riscatto sociale e contestazione, affollati raduni costellano oggi il Sol Levante, con schiere di partecipanti mascherati che ogni domenica sfilano nel quartiere di Tokyo Harajuku. Centinaia i negozi specializzati che vendono costumi, gadget e libri illustrati per perfezionare le proprie mise, a confutare uno dei primi assiomi del fenomeno: l’artigianalità del costume in ogni suo dettaglio. Al contrario, queste imprese hanno un successo globale, con la vendita diretta online o su Ebay, e a ruba vanno anche le circa 1600 riviste tematiche, tra cui quelle a tiratura limitatissima sono smodato oggetto del desiderio dei costume players. Non plus ultra sono le carte da collezione Costume Players: Trading Card Collection: 93 soggetti per altrettante card che garantiscono ai prescelti diretto accesso nella mitologia del costume play. A sfruttare il trend sono le stesse aziende produttrici degli anime e dei videogiochi fonti di ispirazione: alla presentazione dei film d’animazione o presso le fiere videoludiche (come il Tokyo Game Show) è sempre più frequente trovare cosplayer assoldate come hostess dell’evento.
Tutt’altra cosa dalla “prostituzione in maschera”, comune nei locali notturni di Tokyo dove le entraineuse indossano costumi da cartone animato: un’associazione indebita, basata su un presupposto feticismo sessuale insito nel cosplay, che ha fatto sì che in Occidente si tacciasse il fenomeno di oltraggio al pudore. Equivoci che comunque non hanno arrestato l’avanzata dei costume players: in Europa, Italia e Francia guidano il timone, per numero di eventi e livello tecnico, seguiti dalla Spagna e, a lunga distanza, da Portogallo, Germania e Inghilterra. In America – dove il fandom legato a saghe cinematografiche quali Star Wars e Star Trek produsse le prime impersonificazioni già negli anni ’70 - il cosplay è smaccatamente competitivo, con contest in varie città. Buona la presa anche in Canada, Messico, Paraguay e, sul versante asiatico, Corea e Taiwan. Se inizialmente i personaggi prediletti dai cosplayers sono stati gli eroi degli anime, con l’evoluzione dei gusti e il ricambio generazionale, le scelte si sono diversificate. Nelle ultime fiere a Tokyo, accanto agli evergreen Sailor e Cavalieri dello Zodiaco, in repentina ascesa le quotazioni dei protagonisti di videogiochi, quali Final Fantasy, ma anche quelli cinematografici: dai Pirati dei Caraibi a Matrix, passando per Il Signore degli Anelli. Particolare poi la branca J-rock, con cosplayers dediti agli idoli della musica nipponica, dall’aspetto gotico nell’abbigliamento e nei vistosi trucchi. Per tutti scatti a go-go. E gli italiani? Non stanno a guardare.
Giorgia Cosplay, italiana da esportazione
Premiata come Best Individual Cosplayer al World Cosplay Summit 2005, Giorgia Vecchini aka Giorgia Cosplay (www.giorgiacosplay.com) è divenuta una delle più famose e ammirate cosplayers internazionali. Snella e sensuale, è la testimonial ideale di questo universo en travesti, a cui era predestinata dall’infanzia: “Ho una foto a due anni vestita da Heidi: ho iniziato da lì”. Dopo il riconoscimento per il miglior costume individuale (Arpia Silen da Devilman) e quello di squadra a Nagoya nel 2005, Giorgia al recente Comicon Cosplay Challenge a Napoli ha potuto omaggiare il proprio mito, il maestro giapponese Go Nagai, indossando fuori gara “due costumi che più nagaiani non si può: Silen e il Barone Ashura tratto da Mazinger Z”.
Nel suo futuro prossimo, due appuntamenti prestigiosi: il Japan Expo di Parigi agli inizi di luglio e il World Cosplay Summit nel Sol Levante. Da Giorgia arriva anche un fermo stop alle polemiche sulla “pericolosità” socio-psicologica del fenomeno: “In Italia non esiste un problema, semmai lo è in Giappone. Per noi è un piacere fine a se stesso: la riproduzione di un personaggio, e finisce lì. In Giappone, invece, il problema si chiama otaku: ragazzi e ragazze talmente appassionati da passare ogni pomeriggio chiusi in casa, immersi nel buio, davanti ad anime e manga, senza più contatti con la realtà”. Nonostante queste derive, il Paese che gli ha dato i natali non ha tradito le premesse del cosplay: “In Giappone non è nato per le competizioni, ma per le esibizioni. Prima di organizzare un campionato, il World Summit si sviluppava unicamente quale meeting: un incontro amichevole tra nazioni diverse. Quello spirito non si è attenuato: i giapponesi rimangono aperti, molto contenti di riceverci, e ricambiano il favore frequentando le fiere internazionali”. Più di 50 costumi all’attivo, Giorgia ha costruito la propria fama con il taglia e cuci – supportata dalla mamma – e interpretazioni da far spellare le mani ai fan. Sailor Pluto, la Maga Alcione e Ray-Earth tra le icone impersonate, ma il sogno nell’armadio – “al di là del fisico” – sono la Regina di Himika da Gig robot d’acciao e Pretty Jane da Gatchaman. Per finire, il travestirsi è un modo per esaltare il tuo sex-appeal? “Dipende dal personaggio, ma non è la mia preoccupazione…”.

Cosplayers tricolori
In Italia il fenomeno ha iniziato a diffondersi alla metà degli anni ’90, come evidenziato da Luca Vanzella in Cosplay Culture. Fenomenologia dei costume players italiani (Tunué, 2005), la prima – e unica – indagine socio-antropologica nazionale sul fenomeno. I cosplayers sono in maggioranza donne, età minima 15 anni e massima 35, con un buon titolo di studio e cultura medio-elevata. Appassionati di fumetti e animazione giapponese, il cosplay rappresenta il loro hobby principale: in massa - più di 1500 gli habitué – accorrono alle fiere del settore, quali Lucca Comics, Fumettopoli, Cartoomics e Comiconvention a Milano, Romics a Roma, Comicon a Napoli e TorinoComics. Se i soldi non la fanno da padrone: “Solo io e altre due, tre persone in Italia – dice Giorgia Vecchini - ricaviamo qualcosa dal cosplay, ma non è un’occupazione: il concetto di professionismo (PRO) non ha risvolti economici”, centrale, viceversa, è la passione: “Già da piccolissima mi facevo i costumi con quello che trovavo in casa: con il cartone mi costruivo le bacchette di cartone delle mie maghette preferite!”, ricorda Marika Roncon (www.marikaroncon.com). A cui fa eco Falketta (http://falketta.altervista.org): “Ho sempre amato l’animazione, poi nel ’99 mi sono accostata al cosplay per emulazione: la scuola di sartoria ha fatto il resto”. Singoli, ma esistono anche gruppi organizzati come i Tokyobabylon (www.tokyobabyloncosplay.com). Da loro gli step per arrivare al risultato finale: “Innanzitutto – dice Valentina - c’è la scelta del personaggio da interpretare, per lo più in base alla somiglianza fisica. Trovare il maggior numero possibile d’immagini e quindi la ricerca dei gadget e la scelta dei materiali. Infine, si fa il modello, si taglia, si cuce, varie prove e il cosplay è fatto!”. E non conosce confini. Rivela Sonia Segreto alais Evilgirl (www.evilgirl.tv): “Il riconoscimento più grande l’ho avuto nel 2003 quando la tv Aichi di Nagoya mi ha scelto come protagonista di un programma culturale sulla mia esperienza di cosplayer in Italia e in Giappone: una troupe è venuta qui in Italia per riprendermi durante la mia vita quotidiana”. Tutte impegnate alla macchina da cucire, e premiate in Italia e non solo, comune a queste costume players è anche la volontà di tracciare i confini del rituale, senza eludere i rischi che programmi tv quali Turisti per caso e Lucignolo hanno stigmatizzato: “Dipende dall’importanza che gli si dà: per me è un hobby anche se qual-
cuno si è montato la testa...” dice Falketta, fiancheggiata da Evilgirl: “Alcune volte viene distorto il senso originale del cosplay, che è quello del gioco e della creatività, fino a trasformarlo in un’ossessione ”. “Spesso si fatica a capirci, ma – puntualizzano i Tokyobabylon - i cosplayers sono come i collezionisti. Se uno va in giro per la città vestito da cartoon ha dei problemi: il cosplay nasce e viene apprezzato in ambito fieristico, ed è giusto che lì debba restare”.
 
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