Moda,
fenomeno di costume, rituale o sottocultura? Poco importa,
il cosplay è innanzitutto una realtà, che
anche in Italia non è più trascurabile.
Parola coniata in Giappone, ma di derivazione inglese,
cosplay deriva dalla crasi di “costume” e
“play”, letteralmente “gioco del costume”.
Immedesimazione nel proprio personaggio preferito, sia
esso un eroe dei cartoons, dei fumetti o dei videogiochi,
imitazione di gesti e comportamenti, e soprattutto un
costume, normalmente auto-prodotto in casa, identico a
quello portato da colui che si vuole impersonare, corredato
dagli stessi accessori, armi, anelli, scettri, etc. Sono
questi gli ingredienti base del cosplay. Le sue origini
non sono chiare, molti lo tengono a battesimo nel 1981,
durante la 20esima edizione del Comic Market di Tokyo,
la più importante fiera internazionale di manga
e anime, dove alcune ragazze si vestirono da Lamù,
l’eroina spaziale di Lum Uruseiyastura. Da un manipolo
di ragazzine a un’ampia fascia di adolescenti e
giovani, il passo è stato relativamente breve:
non esenti da riscatto sociale e contestazione, affollati
raduni costellano oggi il Sol Levante, con schiere di
partecipanti mascherati che ogni domenica sfilano nel
quartiere di Tokyo Harajuku. Centinaia i negozi specializzati
che vendono costumi, gadget e libri illustrati per perfezionare
le proprie mise, a confutare uno dei primi assiomi del
fenomeno: l’artigianalità del costume in
ogni suo dettaglio. Al contrario, queste imprese hanno
un successo globale, con la vendita diretta online o su
Ebay, e a ruba vanno anche le circa 1600 riviste tematiche,
tra cui quelle a tiratura limitatissima sono smodato oggetto
del desiderio dei costume players. Non plus ultra sono
le carte da collezione Costume Players: Trading Card Collection:
93 soggetti per altrettante card che garantiscono ai prescelti
diretto accesso nella mitologia del costume play. A sfruttare
il trend sono le stesse aziende produttrici degli anime
e dei videogiochi fonti di ispirazione: alla presentazione
dei film d’animazione o presso le fiere videoludiche
(come il Tokyo Game Show) è sempre più frequente
trovare cosplayer assoldate come hostess dell’evento.
Tutt’altra cosa dalla “prostituzione in maschera”,
comune nei locali notturni di Tokyo dove le entraineuse
indossano costumi da cartone animato: un’associazione
indebita, basata su un presupposto feticismo sessuale
insito nel cosplay, che ha fatto sì che in Occidente
si tacciasse il fenomeno di oltraggio al pudore. Equivoci
che comunque non hanno arrestato l’avanzata dei
costume players: in Europa, Italia e Francia guidano il
timone, per numero di eventi e livello tecnico, seguiti
dalla Spagna e, a lunga distanza, da Portogallo, Germania
e Inghilterra. In America – dove il fandom legato
a saghe cinematografiche quali Star Wars e Star Trek produsse
le prime impersonificazioni già negli anni ’70
- il cosplay è smaccatamente competitivo, con contest
in varie città. Buona la presa anche in Canada,
Messico, Paraguay e, sul versante asiatico, Corea e Taiwan.
Se inizialmente i personaggi prediletti dai cosplayers
sono stati gli eroi degli anime, con l’evoluzione
dei gusti e il ricambio generazionale, le scelte si sono
diversificate. Nelle ultime fiere a Tokyo, accanto agli
evergreen Sailor e Cavalieri dello Zodiaco, in repentina
ascesa le quotazioni dei protagonisti di videogiochi,
quali Final Fantasy, ma anche quelli cinematografici:
dai Pirati dei Caraibi a Matrix, passando per Il Signore
degli Anelli. Particolare poi la branca J-rock, con cosplayers
dediti agli idoli della musica nipponica, dall’aspetto
gotico nell’abbigliamento e nei vistosi trucchi.
Per tutti scatti a go-go. E gli italiani? Non stanno a
guardare.
Giorgia Cosplay, italiana da esportazione
Premiata come Best Individual Cosplayer al World Cosplay
Summit 2005, Giorgia Vecchini aka Giorgia Cosplay (www.giorgiacosplay.com)
è divenuta una delle più famose e ammirate
cosplayers internazionali. Snella e sensuale, è
la testimonial ideale di questo universo en travesti,
a cui era predestinata dall’infanzia: “Ho
una foto a due anni vestita da Heidi: ho iniziato da lì”.
Dopo il riconoscimento per il miglior costume individuale
(Arpia Silen da Devilman) e quello di squadra a Nagoya
nel 2005, Giorgia al recente Comicon Cosplay Challenge
a Napoli ha potuto omaggiare il proprio mito, il maestro
giapponese Go Nagai, indossando fuori gara “due
costumi che più nagaiani non si può: Silen
e il Barone Ashura tratto da Mazinger Z”. |
Nel suo futuro prossimo, due appuntamenti prestigiosi:
il Japan Expo di Parigi agli inizi di luglio e il World
Cosplay Summit nel Sol Levante. Da Giorgia arriva anche
un fermo stop alle polemiche sulla “pericolosità”
socio-psicologica del fenomeno: “In Italia non esiste
un problema, semmai lo è in Giappone. Per noi è
un piacere fine a se stesso: la riproduzione di un personaggio,
e finisce lì. In Giappone, invece, il problema
si chiama otaku: ragazzi e ragazze talmente appassionati
da passare ogni pomeriggio chiusi in casa, immersi nel
buio, davanti ad anime e manga, senza più contatti
con la realtà”. Nonostante queste derive,
il Paese che gli ha dato i natali non ha tradito le premesse
del cosplay: “In Giappone non è nato per
le competizioni, ma per le esibizioni. Prima di organizzare
un campionato, il World Summit si sviluppava unicamente
quale meeting: un incontro amichevole tra nazioni diverse.
Quello spirito non si è attenuato: i giapponesi
rimangono aperti, molto contenti di riceverci, e ricambiano
il favore frequentando le fiere internazionali”.
Più di 50 costumi all’attivo, Giorgia ha
costruito la propria fama con il taglia e cuci –
supportata dalla mamma – e interpretazioni da far
spellare le mani ai fan. Sailor Pluto, la Maga Alcione
e Ray-Earth tra le icone impersonate, ma il sogno nell’armadio
– “al di là del fisico” –
sono la Regina di Himika da Gig robot d’acciao e
Pretty Jane da Gatchaman. Per finire, il travestirsi è
un modo per esaltare il tuo sex-appeal? “Dipende
dal personaggio, ma non è la mia preoccupazione…”.
Cosplayers tricolori
In Italia il fenomeno ha iniziato a diffondersi alla metà
degli anni ’90, come evidenziato da Luca Vanzella
in Cosplay Culture. Fenomenologia dei costume players
italiani (Tunué, 2005), la prima – e unica
– indagine socio-antropologica nazionale sul fenomeno.
I cosplayers sono in maggioranza donne, età minima
15 anni e massima 35, con un buon titolo di studio e cultura
medio-elevata. Appassionati di fumetti e animazione giapponese,
il cosplay rappresenta il loro hobby principale: in massa
- più di 1500 gli habitué – accorrono
alle fiere del settore, quali Lucca Comics, Fumettopoli,
Cartoomics e Comiconvention a Milano, Romics a Roma, Comicon
a Napoli e TorinoComics. Se i soldi non la fanno da padrone:
“Solo io e altre due, tre persone in Italia –
dice Giorgia Vecchini - ricaviamo qualcosa dal cosplay,
ma non è un’occupazione: il concetto di professionismo
(PRO) non ha risvolti economici”, centrale, viceversa,
è la passione: “Già da piccolissima
mi facevo i costumi con quello che trovavo in casa: con
il cartone mi costruivo le bacchette di cartone delle
mie maghette preferite!”, ricorda Marika Roncon
(www.marikaroncon.com). A cui fa eco Falketta (http://falketta.altervista.org):
“Ho sempre amato l’animazione, poi nel ’99
mi sono accostata al cosplay per emulazione: la scuola
di sartoria ha fatto il resto”. Singoli, ma esistono
anche gruppi organizzati come i Tokyobabylon (www.tokyobabyloncosplay.com).
Da loro gli step per arrivare al risultato finale: “Innanzitutto
– dice Valentina - c’è la scelta del
personaggio da interpretare, per lo più in base
alla somiglianza fisica. Trovare il maggior numero possibile
d’immagini e quindi la ricerca dei gadget e la scelta
dei materiali. Infine, si fa il modello, si taglia, si
cuce, varie prove e il cosplay è fatto!”.
E non conosce confini. Rivela Sonia Segreto alais Evilgirl
(www.evilgirl.tv): “Il riconoscimento più
grande l’ho avuto nel 2003 quando la tv Aichi di
Nagoya mi ha scelto come protagonista di un programma
culturale sulla mia esperienza di cosplayer in Italia
e in Giappone: una troupe è venuta qui in Italia
per riprendermi durante la mia vita quotidiana”.
Tutte impegnate alla macchina da cucire, e premiate in
Italia e non solo, comune a queste costume players è
anche la volontà di tracciare i confini del rituale,
senza eludere i rischi che programmi tv quali Turisti
per caso e Lucignolo hanno stigmatizzato: “Dipende
dall’importanza che gli si dà: per me è
un hobby anche se qual-
cuno si è montato la testa...” dice Falketta,
fiancheggiata da Evilgirl: “Alcune volte viene distorto
il senso originale del cosplay, che è quello del
gioco e della creatività, fino a trasformarlo in
un’ossessione ”. “Spesso si fatica a
capirci, ma – puntualizzano i Tokyobabylon - i cosplayers
sono come i collezionisti. Se uno va in giro per la città
vestito da cartoon ha dei problemi: il cosplay nasce e
viene apprezzato in ambito fieristico, ed è giusto
che lì debba restare”. |