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George Clooney - George l'unico [torna indietro]

Autoironico e simpatico, a dispetto della sua fama
da sex symbol, Clooney ha dimostrato di prendersi
poco sul serio. Sul lavoro e sull’impegno politico,
però, non transige. Ecco il percorso di un attore
che ad Hollywood è un “caso” a parte


[di Federico Pontiggia]
Come Clooney nessuno mai. Nessun altro attore hollywoodiano della sua generazione ha saputo ritagliarsi una carriera - e una vita - tanto brillante in così poco tempo come George Clooney.
Solo dieci - anzi undici - anni fa, Clooney stava interpretando il suo primo ruolo principale di una qualche importanza in Dal tramonto all’alba (1996), il vampire-western girato a quattro mani da Quentin Tarantino e Robert Rodriguez. Un personaggio, quello di Seth Gecko, destinato a dargli vasto credito tra i fan di Tarantino, nonché a trasportarlo in un universo decisamente parallelo rispetto al ruolo del Dr. Doug Ross nel serial medico ER. Buon per Clooney, che dal successo massiccio del dottor Ross rischiava di finire schiacciato, ovvero condannato all’angusto steccato televisivo. Ma, con due piedi nei trent’anni, l’attore di Lexington, Kentucky, era già troppo smaliziato per non comprendere il pericolo insito nel suo Olimpo da piccolo schermo.
Il secondo passo cinematografico è con l’eroe pipistrello in Batman & Robin (1997), per molti il capitolo peggiore del franchise fumettaro: con il Robin Chris O’Donnell, Clooney si guadagna una nomination ai Razzie quale “peggior coppia dello schermo”. Trascurabile l’interpretazione in The Peacemaker (1997), per il suo secondo colpo grosso bisogna attendere l’anno successivo: Out of Sight (1998), che segna la nascita della fondamentale collaborazione con il regista Steven Soderbergh. Nei panni della simpatica canaglia Jack Foley, Clooney può sposare l’innata intelligenza al glamour e alla guasconeria che sono la sua seconda pelle - e la ragione di tanta invidia nei suoi confronti.
Da qui tutto cambia. Il mostro sacro Terrence Malick lo vuole ne La sottile linea rossa (1998): non importa si tratti di una piccola parte, è l’occasione per cui ogni attore hollywoodiano che si rispetti sacrificherebbe se non la madre, il proprio agente. Nel 1999 conferma la propria versatilità: dopo avervi già “abbaiato” come Sparky the Dog, Clooney torna a prestar la voce a South Park (Bigger, Longer & Uncut), mentre sul fronte dell’impegno veste la divisa del maggiore Archie Gates durante la prima guerra in Iraq per Three Kings di David O. Russell. Prova apprezzata dalla critica, che inizia a ravvisare in Clooney la voce guida della sua generazione: il maggiore Gates rappresenta il nuovo alfiere della Pax Americana, in cui al “fare i soldi in fretta” che ha nutrito milioni di sogni americani si affianca l’improvvisa deflagrazione del Bene marchiato stelle & strisce.
A differenza di altri attori provenienti dalla TV, come Bruce Willis e Tom Hanks, Clooney non ha scelto una via facile al successo sul grande schermo, anzi non era nemmeno così chiaro volesse diventare una movie star. L’unica cosa certa in lui era la volontà di fare film che dicessero – e contassero - qualcosa.
Con Three Kings inizia un percorso che si sarebbe manifestato compiutamente nel 2005. In soli sei anni, l’attore interpreta due film d’autore sulla politica statunitense in Medio Oriente (Three Kings, appunto, e Syriana diretto da Stephen Gaghan e prodotto dallo stesso Clooney) e quattro titoli sulla Guerra Fredda (il remake televisivo Fail Safe, le sue due regie, Confessioni di una mente pericolosa e Good Night, and Good Luck, e The Good German di Soderbergh). Non solo: anziché utilizzare con il socio Soderbergh la casa di produzione Section Eight per scopi meramente commerciali, Clooney si adopera per promuovere e finanziare progetti a carattere politico (che lo vedono rigorosamente fuori dal set), quale K Street per l’emittente via cavo HBO. Come ben rilevato dal critico cinematografico del Village Voice J. Hoberman: “Analogamente a Robert Redford e Warren Beatty, Clooney è una movie star politicamente consapevole, che ha preso per soggetto artistico la politica americana”. E, ancor più di Beatty e Redford, Clooney osserva le mosse della macchina politica Usa sullo scenario globale. Tra gli esordi più folgoranti di un regista statunitense negli ultimi anni, Confessioni di una mente pericolosa significa per Clooney – supportato dalla sceneggiatura di Charlie Kaufman – la possibilità di esplorare e far esplodere visivamente la realtà e il mito che alimentarono la Guerra Fredda della CIA all’estero, e di cui il medium televisivo fu puntuale cassa di risonanza. La stessa sinergia anima il bianco & nero di Good Night, and Good Luck, che ha reso Clooney già quasi un Autore. Il tutto sotto la stella della modestia: a chi gli chiedeva quanto avesse imparato da Steven Soderbergh per la regia, Clooney ha risposto: “Credo che rubare sia la parola giusta. Ho rubato molto a Steven. E anche ad altri. Dopo Confessioni di una mente pericolosa, ho inviato a Mike Nichols una lettera di scuse per avergli sottratto delle inquadrature. Anche a Sidney Lumet ho chiesto perdono. Per tralasciare tutta la roba che ho spazzato a Joel ed Ethan (Coen)”. E ancora: “Quello che mi manca in talento, lo metto di impegno. Ma le mie energie non sono inesauribili”. Sulla possibilità di girare in futuro film ad alto budget per le major, pur ammettendo di ricevere un paio di proposte alla settimana, George taglia corto: “Finora non ho visto nulla che avrei voluto dirigere”.

Comunque sia, anche quando non è dietro la macchina da presa, George pensa in grande, ovvero sceglie ruoli su scala globale, come in Syriana e The Good German.
Forse proprio questo suo identificarsi sul grande schermo in chiave mondiale lo rende un serio portavoce e attivista per cause globali. Clooney è stato uno dei principali organizzatori della raccolta fondi post-11 settembre 2001, ha guidato gli sforzi per inviare sostegno immediato alle vittime dello tsunami del 2005 nell’Asia meridionale ed è attualmente la più forte voce americana a reclamare un’azione internazionale nel martoriato Darfur, causa per la quale ha parlato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 14 settembre del 2006. E dire che George dichiara di non saper quantificare l’impatto del suo lavoro umanitario e dell’attivismo politico fuori dal grande schermo. Ma i numeri parlano chiaro. “Nelle 24 ore successive alla sua apparizione all’Oprah Winfrey Show dedicato al Darfur, abbiamo visto un consistente aumento nelle visite al nostro sito web, e oltre 80.000 dollari di donazioni”, dice Melissa Winler, capo ufficio stampa dell’International Rescue Committee. Durante il viaggio di Clooney e del padre in Chad e Sudan meridionale con l’organizzazione umanitaria nel 2006, i due hanno donato all’IRC 100.000 dollari per il fabbisogno di 300 profughi dal Darfur. Al festival di Cannes con Ocean’s 13, Clooney ha detto: “Siamo qui per promuovere un film d’evasione, ma approfittiamo di questa vetrina per attirare l’attenzione del mondo intero su qualcosa che ci sta molto a cuore, come la tragedia del Darfur. Sono felice di aver tirato dentro Brad (Pitt) e Matt (Damon) che mi hanno accompagnato in Africa e ora dedicano tempo ed energie alla causa”. Sempre con i due colleghi, sulla Croisette ha partecipato all’asta di beneficenza “amFar’s Cinema contro Aids”: all’incanto un bacio del bel George è valso la cifra da Guinnes dei Primati di 350.000 dollari. Regista membro della United Way, Clooney nel 2005 ha versato un milione di dollari allo Hurricane Katrina Response Fund dell’associazione, e la borsa dell’Oscar quale miglior attore non protagonista in Syriana per un valore di 45.100 dollari. Come se non bastasse, circolano voci - e molto di più... - sulla sua possibile corsa alla presidenza degli Stati Uniti nel 2008 (anzi, c’è già un sito Internet: www.Clooney2008.com). Questa è una faccia della medaglia, ma per essere George Clooney ne serve un’altra: due ville da sogno a Laglio sul Lago di Como, dove trascorre parecchi mesi all’anno; un investimento - poi abortito, ma non è chiaro - per il resort Las Ramblas a Las Vegas, in stile Rat Pack di Frank Sinatra (a cui il suo Danny del franchise Ocean’s si rifà esplicitamente); il primo posto nella speciale classifica degli scapoli più ambiti del pianeta; con Brad Pitt l’unico a essere insignito Sexiest Man Alive per due volte (1997 e 2006) da “People Magazine”. Dopo il matrimonio con l’attrice Tara Balsam, dal 1989 al 1993, Clooney ha giurato di non sposarsi mai più, né di volere figli, ma le amiche Michelle Pfeiffer e Nicole Kidman hanno scommesso 10.000 dollari che sarebbe diventato padre prima di compiere 40 anni. Scommessa persa, e doppio assegno per George che ha rimandato – siamo nel 1991 - indietro i soldi, raddoppiando la posta: non diventerà papà prima dei 50 anni, e fossimo Michelle e Nicole lo prenderemmo in parola... Se per gli animali nutre un profondo attaccamento (la convivenza con il maiale nero vietnamita Max, morto diciottenne il 1° dicembre del 2006, è stata - ipse dixit - la più importante della sua vita), con i bambini non scorre buon sangue, anche se sono degli altri: “Brad (Pitt) ha una vita dura, incastrato com’è tra i figli e quella brutta cozza della moglie (Angelina Jolie)”. A dargli man forte nello scherzo a Cannes l’amico Damon, che ha rincarato: “George ha ragione. Angelina è una persona da evitare”. Che avrà detto Brad?
Scherzoso e auto-ironico, senza abbandonare mai la via della saggezza, Clooney sa che, da un lato, potrà continuare a interpretare commedie per i fratelli Coen (Fratello, dove sei? e Prima ti sposo, poi ti rovino, al fianco di Catherine Zeta-Jones) o Danny Ocean in un futuro capitolo 14 della saga; dall’altro, non mollare di fronte a chi - lui che si definisce “political liberal” - lo critica, da destra e da sinistra, come il “duro e puro” Michael Moore. Se i primi lo considerano un traditore per la netta e tempestiva opposizione al secondo conflitto in Iraq, Moore non capisce di essere fuori tempo massimo nel suo antagonismo anti-Clooney: invocando delle fraterne bevute quale rimedio per la mancanza di spirito bipartisan tra repubblicani e democratici, George ha rimproverato l’Asinello di essere “il partito del “Io non sono d’accordo”. Viceversa, i democratici dovrebbero essere il partito di “Questa è la via d’uscita”. Una via che Clooney saprebbe trovare anche al buio (in sala).

 
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