Spesso,
quando si parla di uno scrittore di romanzi inquietanti,
si dice che, di persona, quell’autore sia una
persona incredibilmente alla mano e che proprio non
si riesce a capire come possa scrivere di cose simili.
Con Chuck Palahniuk, invece, non è così.
Di lui lo si capisce benissimo. E da subito. Alla luce
del crepuscolo, Chuck mi racconta di foto di cadaveri,
delle sue pazzesche fobie e, cosa più interessane
di tutte, di come non segue più la tv dal 1991,
cioè da quando ha pubblicato Fight Club, (uno
dei suoi libri più celebri dal quale David Fincher
ha tratto un film, divenuto un “cult”, con
Brad Pitt ed Edward Norton, n.d.r.). Sono trascorsi
sedici anni da allora, Palahniuk ha pubblicato un bel
po’ di romanzi (l’ultimo, Rabbia, è
uscito in Italia il 9 agosto per Mondadori), ma la paura
di vivere è rimasta la stessa…
Ti sei mai trovato a vivere una situazione inquietante
quanto quelle raccontate nei tuoi libri?
Sì. Un giorno mi si è avvicinato un giovane
con un sacchetto molto pesante contenente centinaia
di polaroid. Queste foto rappresentavano delle persone
anziane accovacciate mezze nude in una specie di cubicolo,
come se dormissero. Ho chiesto cosa facessero e mi disse
che non stavano affatto dormendo: erano morti. Erano
foto di persone morte, di solito per infarto, nei club
in cui si trasmettono film hard. Prima di chiamare la
polizia, l’uomo si “divertiva” a scattare
delle foto nel momento in cui questo succedeva. Se chiudo
gli occhi vedo ancora queste persone morte in quel contesto.
E quando scrivo qualcosa di simile, un po’ consumo
l’evento e posso smettere di pensarci. Il fatto
è che a causa della natura delle mie storie,
la gente si sente incoraggiata a raccontarmi episodi
del genere.
Molte tue storie partono da eventi reali, ma
esistono davvero dei “fight club”?
Ora esistono di certo. Comunque molti lettori mi hanno
scritto che strutture di questo tipo sono esistite nel
corso della Seconda
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Guerra
Mondiale e nei campi di lavoro. Qualsiasi cosa uno come
me riesca a immaginare è stata già fatta
da migliaia di altre persone. In Fight Club, ad esempio,
il protagonista inserisce dei frammenti di film porno
nei film per bambini. Quando doveva girare il film tratto
dal mio libro, il regista David Fincher mi ha raccontato
una sera a cena che da ragazzo, lavorando come proiezionista,
aveva fatto centinaia di volte la stessa cosa.
Dal 1991 non hai una televisione: questo ha
influenzato in qualche modo il tuo lavoro?
Nel ’91 ho comprato la mia prima casa ma, in quel
punto, non c’era modo di ricevere alcun segnale
radio o tv. In più, nel tentativo di rubarmi
l’auto, mi hanno rotto l’autoradio. Allora
ho cercato in biblioteca dei libri, ma non ne ho trovati
molti che mi interessassero. È per questo che
mi sono messo a scrivere.
A quale tipo di donna pensi quando scrivi le tue storie?
Come faceva Michelangelo, penso ad un uomo. Poi gli
tolgo il pene e gli metto le tette. Fondamentalmente
penso i miei personaggi senza attribuire loro un sesso.
Se la paura è il motore principale di
tutti i tuoi personaggi, qual è la tua paura
principale, quella che ancora non sei riuscito a digerire
con le tue storie?
Avevo paura della violenza, e sono riuscito ad esorcizzarla
scrivendo un libro che ne grondava come Fight Club.
Quando ho lasciato il mio lavoro da meccanico avevo
paura di morire di fame e ho scritto Survivor. Dalla
paura di morire in un incidente stradale è nata
l’idea degli incidenti per sport di Rabbia. Ora
ciò che temo di più è che qualcuno
mi racconti la storia più incredibile che abbia
mai sentito e che io muoia prima di avere avuto il tempo
di trasformarla in un libro. Per questo, ogni volta
che prendo un aereo, prego il cielo di uscirne con le
mie gambe.
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