Bucava
lo schermo, i registi erano entusiasti di lei”.
Così il talent-scout che l’ha lanciata
racconta il felice esordio di Charlize Theron, sudafricana
sui generis (origini francesi da parte del padre, tedesche
da quelle della madre) approdata sul grande schermo
solo dopo una serie d’esperienze nel campo della
moda.
Dando uno sguardo ai suoi trascorsi biografici, non
la si può certo definire la classica diva “baciata
dalla fortuna”. Non molti sanno, infatti, della
problematica situazione in cui versava da adolescente:
spedita a 13 anni in collegio, a 15 vive il trauma della
morte del padre, alcolizzato, ucciso per giunta dalla
madre per legittima difesa.
Violenze, un omicidio fra genitori, un ambiente familiare
tutt’altro che tranquillo per la piccola Charlize,
che resterà comunque per tutta la vita fedelmente
ancorata alla figura materna, con cui tutt’ora
pare conviva a turni di sei mesi. Ma un passato tanto
turbolento non le preclude l’accesso a una carriera
brillante, anzi, Charlize cerca forse il suo riscatto
in ambito lavorativo, sperimentando più campi
fino a coronare il suo sogno di attrice che ancora oggi
la fa sorridere con fierezza: “Questo lavoro mi
diverte ogni giorno, lo lascerò quando non mi
arricchirà più così tanto”.
Tornando al suo excursus professionale, accantonate
moda e danza, la Theron acquista fama con la pubblicità
del marchio Martini, una sorta di “papà”
dispensatore di celebrità (basti pensare a George
Clooney, riguardo cui la questione del “chi ha
reso famoso chi” resta, in questo caso, una diatriba
infinita), il cui fotogramma che lasciava intravedere
il suo fondoschiena è diventato un cult. Queste
le sue dichiarazioni su quello spot: “Mi sentivo
quasi una Bond Girl, è stato molto divertente
e, al tempo stesso, mi ha fatto capire che non volevo
fare altro che l’attrice”.
Nel 1995 arriva finalmente l’agognata occasione
di entrare nel mondo dello spettacolo. Il primo film
in cui compare è Due giorni nella valle, seguito
due anni più tardi da L’avvocato del diavolo,
film che le dona un’ampia visibilità, grazie
al notevole salto di qualità: da attrice alle
prime armi al set condiviso con un mostro sacro come
Al Pacino.
Per il successo vero, riscontrabile a livello internazionale,
bisogna aspettare il 2003, annata che le si rivela particolarmente
fortunata. Per la prima volta nella storia del cinema,
un’attrice vince contemporaneamente, e per lo
stesso film (Monster), l’Oscar come migliore attrice,
il Golden Globe e il Sag Award.
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Per
non parlare del suo primato come sudafricana: nessuna
sua compatriota era mai riuscita ad ottenere un riconoscimento
ufficiale e mondiale per la sua bravura professionale,
in ambito recitativo. La sua interpretazione di Gilda
Bessè fa impazzire gli uomini. Charlize indossa
i panni di una fotografa sensuale ma priva di ambiguità,
fidanzata con tale Guy (ovvero Stuart Towsend, vero
compagno di vita della Theron). Il suo legame affettivo
non le impedirà, però, di cedere alla
passione proibita con la bella Mia/Penelope Cruz: eccolo
il perverso Gioco di donna del titolo, un film che ha
letteralmente fatto scalpore. In particolare, durante
un’intervista, la Cruz non ha esitato a dichiarare
che il miglior bacio mai dato sul set è stato
proprio quello scoccato sulle labbra della bella collega
Charlize.
Desiderata, a questo punto, da uomini e donne, la diva
sudafricana non sfrutta tanto le virtù estetiche,
quanto piuttosto la sua professionalità, dimostrata
in più occasioni, non ultima l’opera di
Paul Haggis presentata alla 64a Mostra d’Arte
Cinematografica di Venezia. Con una fluente chioma bruna,
troviamo una Theron tutta d’un pezzo, nel ruolo
di una (f)rigida poliziotta ossessionata dalla verità.
“Io sono affamata di verità e fatti reali”,
ha dichiarato l’attrice in conferenza stampa,
“quando ho letto il copione di The Valley of Elah
la mia reazione è stata immediata, mi ha catturato
subito e per me è stato facile agire d’istinto,
buttarmi. Oggi ne sono contenta”.
Fra le domande che le sono state rivolte, risultano
particolarmente interessanti le sue riflessioni relative
alla guerra: “I nostri soldati dovrebbero tornare
a casa subito, essere curati. Bisognerebbe fare più
attenzione al fatto che sono impiegati in missioni pericolose,
mi auguro che il governo ne tenga conto e si occupi
di proteggerli come dovrebbe, oltre a farli tornare
sani e salvi”.
Non solo icona di una bellezza acqua e sapone, quindi,
ma anche una donna vissuta con le idee sfacciatamente
chiare. Ne è un esempio la scelta di sposarsi
solo a condizione che qualcosa cambi nel suo paese d’adozione:
“Io e Stuart (Townsend, n.d.r.) ci sposeremo solo
quando il governo americano permetterà ai gay
di sposarsi. Vogliamo condividere la nostra felicità
con loro”.
Una presa di posizione alquanto insolita, ennesima figlia
di quel camaleontismo che l’ha sempre caratterizzata,
per lo meno dai turbolenti 15 anni in su.
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