Serafico,
stralunato, coi pensieri sempre un passo avanti rispetto
a quelli di noi esseri umani. Basta scambiarci due chiacchiere,
per capire da dove provengano i film di questo irresistibile
alieno.
Il malinconico Edward Mani di Forbice, gli scheletri ballerini
di Nightmare Before Christmas, l’ammaliante Sposa
Cadavere: i personaggi variopinti di cui popola le sue
storie ci appaiono all’improvviso come la famiglia
da cui Tim Burton si è fatto adottare, per sentirsi
meno solo sul nostro pianeta. Che da noi sia distante
anni luce lo conferma lo sguardo incantato che si ostina
a rivolgere anche alle più drammatiche situazioni.
Che si tratti di morte, vendetta o altre disgrazie dell’umanità,
laddove gli altri verserebbero fiumi di lacrime, lui sembra
cadere dalle nuvole, con un trionfo di incanto e magia
dalla purezza quasi infantile. Anche di fronte alla carneficina
del suo ultimo Sweeney Todd, continua a sgranare gli occhi:
non si capacita del perché il pubblico si scandalizzi
tanto per i 160 clienti, che il barbiere Johnny Depp sgozza
e poi getta in una botola, fra giugulari tagliate e gole
che zampillano.
“Spesso trovo divertenti cose che agli altri
non lo sembrano affatto” risponde lui facendo
spallucce. Vorrebbe ridere Tim Burton, ma stavolta sembra
far fatica anche lui. La storia è nerissima, come
la Londra dell’ ’800 in cui è ambientata.
Scenografie cupe, valse l’Oscar al nostro Dante
Ferretti, che fanno da sfondo a una leggenda, già
trasposta in musical nel lontano 1979. è l’odissea
di amore e morte del barbiere di Fleet Street, lo Sweeney
Todd del titolo, che dopo 15 anni di carcere torna in
libertà, per farsi giustizia a modo suo. Il torto
da riparare è la perdita della moglie, che gli
è stata strappata e uccisa. Motore romantico di
una rabbia cieca, che lo condanna però a un’insaziabile
sete di vendetta.
Un sentimento comunemente ancora considerato tabù.
Tu come lo vivi?
Troppo spesso questa pulsione viene ignorata. Una spinta
a volte anche molto forte, ma di cui proviamo pudore a
parlare. Non certo al livello del film, ma tutti cerchiamo
in qualche modo vendetta: c’è chi gareggia
nello sport, chi mena le mani, chi arma un paese intero
per scatenare una guerra...
Allude al sangue che scorre in Iraq?
No. Almeno non direttamente. Impossibile restare impermeabili
alla realtà che abbiamo intorno, ma non è
così che mi piace affrontarla. Il mio approccio
è sempre più trasversale e sotterraneo.
Certo non vado a prendere così di petto le cose.
Un po’ di rassegnazione sembra però di intravederla.
Come se in Tim Burton si fosse spenta una luce…
Un po' credo sia vero. Ho cercato di metterci l’umorismo
di sempre, ma col tempo mi rendo conto di non essere più
lo stesso. Man mano che si va avanti, con l’esperienza
e il passare del tempo, cresce una malinconia, che ti
porta a subire di più la tristezza e vivere un
senso di perdita, anche quando le cose in fondo ti vanno
bene. Ne ho parlato anche con Johnny: se avessimo provato
a farlo 10 anni fa, questo film non sarebbe stato lo stesso.
Non comincerai mica a sentirti disadattato come
i tuoi personaggi?
In parte mi identifico sempre con loro. Con questo c’è
però stato un rapporto particolare. Il suo essere
arrabbiato e chiuso in se stesso, il fatto che introietti
la sofferenza fino a isolarsi sono tratti in cui mi riconosco
molto. Lo stesso motivo per cui, dopo tanti anni, ho deciso
di allontanarmi dalla frenesia di Los Angeles e dedicarmi
soltanto alle mie cose. Quando lavoro a un film, il cast
e la troupe diventano la mia famiglia. Tutto il resto
non conta più.
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A
parte Johnny Depp, ovviamente. Quando allo scorso Festival
di Venezia ti ha consegnato il Leone alla Carriera sembravate
quasi due innamorati…
Stai per caso insinuando che siamo sposati in segreto?
Almeno professionalmente sembrerebbe proprio di
sì. O sei film insieme sono un caso?
Ognuno fa storia a sé. Questa volta è stato
il frutto di una serie di coincidenze. Gli avevo passato
la colonna sonora addirittura cinque anni fa e senza neanche
sapere il perché. Poi mi è tornata in mente
e di punto in bianco mi sono rifatto vivo e gli ho chiesto:
“Johnny, ti va di provarci?”. La cosa incredibile
è stata che pur non essendo un cantante, abbia
subito accettato senza esitare. è proprio questo
che mi fa impazzire di lui: si mette sempre alla prova.
Come è iniziato tutto?
L’idea è partita dalla piéce teatrale:
uno straordinario mix di umorismo, horror e musica di
altissima qualità. Quando ho iniziato a lavorarci,
ho cominciato subito a vederlo come un alter ego depresso
di Edward Mani di Forbice. Una sorta di altra faccia della
medaglia, però: una specie di cattivo, che riesce
ad essere puro, tragico e diabolico al tempo stesso.
Stavolta poi c’era poi la sfida in più della
musica…
All'inizio pensavo che avrebbe rappresentato una difficoltà.
Invece è stato sorprendente, perché ha portato
gli attori a fare cose in cui, altrimenti, non sarebbero
mai riusciti. Con la musica è cambiata anche la
loro recitazione.
Perché non raccontarla come una semplice
storia dark?
Colpa della piéce di Broadway. Mi è piaciuta
così tanto, che ho trovato irresistibile la sfida
di raccontarla in musica. Non si trattava però
del semplice fascino della novità. I personaggi
sono talmente chiusi in loro stessi, che farli cantare
mi è sembrato il modo migliore per riuscire a “liberarli”.
Ciliegina sulla torta è Sacha Baron Cohen
nel ruolo del barbiere viscido e impomatato. Come ti è
venuto in mente?
Lo conoscevo sia come Borat che come Ali G. A sceglierlo
mi ha spinto però il fatto che si è presentato
col libretto di “Un violinista sul tetto”
e lo ha cantato tutto, dalla prima all’ultima pagina.
Non la finiva più! Credo sia stato il provino più
lungo della storia del cinema
E adesso?
Mi dedico un po’ all’animazione in 3D. Una
scoperta meravigliosa, che ci consente di tornare indietro
nel tempo. |