Giacca
di pelle aperta sul petto, jeans sdruciti, t-shirt bianca.
È tornato il bello e maledetto di un tempo Antonio
Banderas. Look e disinvoltura parlano di un uomo che ha
trovato la pace e l’equilibrio per sfuggire ai cliché.
Sex symbol? Macchè. La risposta è tutta
in un gesto e un’eloquente risata. Dalla tasca estrae
poi un pacchetto “ciancicato” e chiede il
permesso. Sono le sigarette messicane senza filtro che
ha riportato dal set di Bordertown, il film di Gregory
Nava con Jennifer Lopez, uscito nelle sale a fine marzo.
“Sto cercando di smettere - dice dopo la prima boccata
- ma ormai sarà la dodicesima volta. Le accendo,
faccio due tiri e le spengo. L’unica consolazione
è che fanno peggio al portafoglio che ai miei polmoni”.
Guarda dritto negli occhi quando parla. Quello che ci
si legge è la serenità di un artista che
ha trovato il modo di piegare il sistema al suo equilibrio
interiore: “Hollywood? Mi serve per guadagnare.
Quello che voglio fare adesso è soltanto sperimentare”.
La conferma arriva dalla doppietta di titoli che ha da
poco presentato al Festival di Berlino. El camino de los
ingleses è un appassionato ritratto generazionale
della sua Malaga degli anni ’70, che lo riporta
alla regia 8 anni dopo il fortunato Pazzi in Alabama.
Di Bordertown parla invece come di un film militante,
a cui si è prestato in nome dei diritti umani,
più che del cinema. La storia è infatti
di quelle da far venire i brividi: il taciuto massacro
di Ciudad Juarez, piccolo centro al confine tra Messico
e Stati Uniti, dove dal 1993 a oggi più di 400
donne sono state violentate e uccise con la complicità
e il silenzio delle istituzioni. Sulle cifre è
impossibile fare chiarezza: mentre il governo copre, depista
e minimizza, lo stesso staff del film è stato costretto
ad aggiornarle in corsa, perché durante le riprese
aumentavano di giorno in giorno. Banderas non le ha vissute
in prima persona, ma sono poi arrivate anche le minacce:
a più di qualcuno non è andato giù
che una grossa produzione americana ficcasse il naso nei
loschi affari del luogo.
Compito che nella storia è invece toccato al suo
Alfonso Diaz, direttore di un giornale locale, che aiuta
la reporter Jennifer Lopez a far breccia nel muro di omertà
e violenza. Ma che cosa sta accadendo
laggiù?
Purtroppo è impossibile dare una risposta precisa.
Le cifre di questa mattanza fanno pensare che i responsabili
appartengano a un gruppo organizzatissimo. La versione
ufficiale dei crimini sessuali sembra poi riduttiva. I
giornali sono arrivati a ipotizzare che alle spalle ci
sia piuttosto un traffico d’organi con gli Stati
Uniti. Vero o no, è però certo che da molto
in alto si sta lavorando per insabbiare sistematicamente
tutto.
A livelli più bassi, ci sarà almeno il sostegno
della polizia...
Ma che siamo matti? In Messico c’è
da avere più paura dei poliziotti che dei delinquenti.
Sono corrotti fino al midollo e più di una volta
mi è capitato di assistere a vere e proprie sparatorie
fra loro. L’aiuto che danno in una situazione del
genere è pari a zero. Le madri organizzano squadre
di ricerca, fanno di tutto anche soltanto per ritrovare
i corpi delle figlie scomparse. Dalla polizia però
niente. Anzi, se non ti mette i bastoni fra le ruote,
puoi considerarti già fortunato.
Proprio Amnesty ha infatti dato il suo patrocinio al film.
Qual è invece stata la reazione a livello governativo?
Un primo segnale poco confortante è già
arrivato al Festival di Berlino. L’ambasciatore
messicano si è rifiutato di partecipare all’anteprima.
Un gesto che non lascia affatto ben sperare per il futuro.
Potrebbero addirittura arrivare a proibirlo?
È quello che mi auguro con tutto il cuore.
Il precedente di The Crime of Quinca, un film che vietarono
alcuni anni fa, dimostra che sarebbe la migliore pubblicità
in assoluto.
Se n’era parlato così tanto, che quando uscì
andarono tutti a vederlo. Cosa fare
per cambiare le cose?
Da parte mia continuerò a fare in modo che attraverso
Bordertown si mantenga alta l’attenzione sul massacro
di Juarez. Su larga scala, l’unica speranza è
invece che della questione si interessi un tribunale internazionale.
Come accaduto negli anni ’70 con la dittatura in
Cile, soltanto così potrà davvero smuoversi
qualcosa. |
Se tutto
va bene, un primo passo potrebbe arrivare a breve. Fra
le vittime più recenti c’è stata anche
una ragazza olandese e se l’Aja aprisse un procedimento,
la giustizia messicana verrebbe finalmente scavalcata.
Adesso parli del film con entusiasmo. All’inizio
avevi però storto il naso...
Sì, in un primo momento avevo detto di no. Ero
impegnato con El Camino de los ingleses e non volevo dispere
le mie energie. Poi è arrivata Jennifer e ha saputo
essere molto persuasiva! In “El
camino de los ingleses” vediamo invece la Malaga
anni ’70 della tua gioventù. Un po’
di nostalgia?
Luoghi e tempi sono effettivamente gli stessi. Quando
ho letto il libro di Antonio Soler, ci ho ritrovato molto
della mia adolescenza. E poi affronta temi che ho sempre
sentito molto vicini, come l’impossibilità
di amare ed esprimere i sentimenti. La
tua adolescenza è stata tormentata?
Assolutamente. Non la ricordo affatto come un periodo
felice. Sono stati anni di smarrimento e ricerca esistenziale,
in cui non sapevo chi ero e che cosa dovevo fare. Persino
la scoperta del sesso è stata traumatica. E pensare
che mi considerano un sex symbol! Quando
sono arrivate consapevolezza e tranquillità?
Solo diversi anni dopo. In questo il lavoro è stato
di grande aiuto, perché mi ha costretto a un confronto
con le mie paure. Prima mi sentivo tanto smarrito, sognavo
soltanto di trovare qualcuno in grado di prendermi per
mano e mostrarmi come affrontare la vita.
Gli interpreti sono in questo caso tutti giovani
alle prime armi, sconosciuti ma pieni d’entusiasmo
e curiosità. Uno specchio del Banderas giovane?
Quando giravamo, non smettevo di ridere sotto i baffi.
Mi ritrovavo in ogni loro gesto e sguardo. La fame di
vivere è la stessa che avevo anch’io a quell’età.
I ragazzi di oggi sono però più preparati
e liberi dai complessi d’inferiorità.
Questo film segna il ritorno in Spagna
dopo 17 anni a Hollywood. Un caso o un’inversione
di rotta?
I film americani servono a darmi la libertà di
fare quello che voglio altrove. È un po’
come quando tiri al massimo con la moto, per scoprire
fino a dove puoi spingerti senza spaccarti la testa. Questo
volevo fare con El camino de los ingleses: sperimentare
e andare oltre ogni limite, senza curarmi di cosa avrebbe
poi detto la critica o quanto avrebbe incassato il film.
In più di un’occasione hai
parlato del tuo impegno nella produzione come di un sostegno
al cinema e ai giovani spagnoli.
Un modo di sdebitarsi per la tua fortunata carriera?
Il mio primo obiettivo è aiutare i ragazzi di Malaga
che vogliono fare questo lavoro. Per realizzare il mio
sogno, sono stato costretto a trasferirmi a Madrid. Voglio
invece dimostrare che la possibilità esiste ovunque
e che il cinema spagnolo non abita soltanto nelle grandi
città.
Regia o recitazione: da dove arrivano le più grandi
soddisfazioni?
Non ho mai ragionato in questi termini. Mi considero semplicemente
un uomo di spettacolo. Che faccia una cosa o l’altra,
l’importante è che mi senta in pace con me
stesso.
E il teatro delle origini?
Una componente importante della mia carriera. È
dal teatro che vengo ed è lì che voglio
tornare. La folgorazione è arrivata tre anni fa.
Appena sono salito sul palco ho capito quanto mi fosse
mancato.
Niente più cinema, quindi?
Non dico questo. L’anno prossimo però tornerò
in tournée con uno spettacolo, in cui interpreto
un professore di spagnolo.In mezzo c’è poi
Shrek 3: il doppiaggio del Gatto con gli stivali è
una delle cose che mi ha divertito di più. Non
mi aspettavo questo successo: tante signore mi fermano
addirittura per strada, chiamandomi “micione”.
|