Logo Matrix



Muhammed Alì - Il mito [torna indietro]

Parla Angelo Dundee, storico allenatore del leggendario
boxeur e racconta la storia di un ragazzo che ha cambiato
il volto del pugilato e non solo


[di Luca De Franco]
Nato il 30 agosto 1921 a Philadelphia da genitori calabresi, Angelo Mirenda (Dundee è un nome d’arte suggeritogli dai fratelli), è un mito della boxe americana. In quasi sessant’anni di carriera, ha allenato ben quindici campioni del mondo, fra i quali personaggi leggendari come Sugar Ray Leonard, George Foreman, Jose Napoles e Carmen Basilio. Lo abbiamo incontrato per sapere da lui quale atmosfera si respirava durante quei gloriosi anni.

Mr. Dundee, per quale motivo Alì ha voluto trasformarsi in uno showman?
Semplicemente perché era in grado di farlo. Fin dall’inizio, ho capito che aveva le qualità per diventare famoso anche al di fuori della boxe. L’ho conosciuto nel 1958, nella sua città natale.
Ero a Louisville per lavoro, lui lo ha letto sui giornali ed è venuto nel mio albergo chiedendo di conoscermi.
Sono sceso nella hall e lui mi ha detto: “Mi chiamo Cassius Marcellus Clay, sono un pugile dilettante, ho vinto ogni torneo a cui ho partecipato, voglio diventare il più grande di tutti i tempi!
Mi allenerebbe?” Rimasi colpito dal suo entusiasmo, dalla sua parlantina, dalla sua determinazione. Parlammo per oltre due ore, senza renderci conto del tempo che passava. Alla fine, gli dissi di tornare da me quando avesse deciso di diventare un pugile professionista perché io allenavo solo i pro.
Dopo aver vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma, nella categoria dei mediomassimi, Cassius non venne subito da me perché il gruppo che lo gestiva preferiva farlo lavorare con Archie Moore. Un giorno, quest’ultimo ordinò a Clay di pulire il pavimento della palestra e lui rispose: “Non pulisco il pavimento della mia cucina quando me lo chiede mia madre, figurati se pulisco il pavimento della tua palestra perchè me lo ordini tu!” Cassius andò dai suoi finanziatori dicendo loro che non avrebbe mai più lavorato con Archie Moore.
La mattina dopo, Clay era a casa mia. Lo portai in palestra chiedendogli di darmi prova della sua abilità, lui non stava zitto un minuto ed un mio pugile cubano lo soprannominò “Boca grande”. Fu l’inizio di tutto, anche della sua trasformazione in personaggio. Dato che era bravo a parlare, e non aveva proprio l’indole per stare in silenzio, decisi di utilizzare questa sua capacità.
Gli dissi di guardare negli occhi il giornalista a cui si rivolgeva durante la conferenza stampa, di guardare la telecamera durante le riprese televisive, di fissare il suo avversario quando lo provocava. Sono sempre stato attento a dirgli queste cose con tono pacato, in modo da fargli pensare che erano consigli e non imposizioni.
Lui mi ha sempre ascoltato.
Come ha reagito quando Cassius le ha detto che era diventato musulmano ed avrebbe cambiato nome in Muhammad Alì?
Non ho detto nulla perché non sapevo esattamente cosa significasse diventare musulmano. Il motivo per cui sono amico di Alì da quasi cinquant’anni è proprio questo: ho sempre rispettato le sue scelte e lui ha rispettato le mie. Ogni tanto, abbiamo avuto le nostre divergenze. Il 15 febbraio 1978, a Las Vegas, doveva affrontare Leon Spinks. Io gli dicevo di allenarsi seriamente e lui mi rispondeva: “Spinks avrà vinto le Olimpiadi, ma ha solo sette incontri da professionista. Come può battermi?” Spinks vinse ai punti. Questo episodio insegnò a Muhammad che non bisogna mai sottovalutare nessuno. Si preparò a dovere per la rivincita e la vinse facilmente: il 15 settembre 1978, al Superdome di New Orleans, erano presenti 63.350 spettatori. Un altro combattimento difficile fu quello contro Chuck Wepner. Ce ne parli. Non è stato difficile, perché Alì aveva sempre il controllo della situazione. Nei primi round, voleva fare spettacolo e quindi non si è impegnato troppo. Quando è finito al tappeto, al nono, non è stato un vero knock down. Osservando il filmato al rallentatore, la dinamica è chiara: Alì stava indietreggiando e bastava una spintarella per farlo cadere, Wepner lo ha colpito al fianco facendogli perdere l’equilibrio. Muhammad si è rialzato subito, ha capito che non poteva correre dei rischi inutili ed ha iniziato a picchiare duro. Alla quindicesima ripresa, il viso di Chuck era pieno di tagli che sanguinavano ed ha fatto bene l’arbitro a fermarlo. Riconosco che Wepner ha avuto un grande coraggio, non mi ha sorpreso scoprire che Sylvester Stallone si è ispirato a lui per il personaggio di Rocky Balboa.

Una critica che è sempre stata fatta a Muhammad Alì è che non aveva grande potenza...
Dipende da quello che si intende per potenza. è vero che Muhammad usava molto il jab e che quest’ultimo non è un colpo risolutivo, ma Alì colpiva l’avversario con dieci jab in ogni ripresa, per quindici riprese. Quindi, lo colpiva in faccia 150 volte. Con questa strategia, la vittoria era garantita.


 
LA RIVISTA | LA REDAZIONE | LAVORA CON NOI | PUBBLICITA' | ABBONAMENTI | CONTATTI

© Al.Fa. Edizioni srl